domenica 27 novembre 2011

Oswald de Andrade: La battaglia non si perda! E Cambronne rispose


Questo non è un saggio, non avrei i titoli neanche per un saggetto, ma un “invito all'assaggio”, un atto di devozione anarco-letteraria verso un autore che a ogni rilettura è capace di sorprendere la mia fantasia.

Profondamente colto, anticonformista, contestatore ante litteram, campione tenace dell'anarchismo letterario, José Oswald de Souza Andrade fu poeta, drammaturgo ma soprattutto narratore fra i più grandi e innovativi della letteratura brasiliana del novecento. Fu anche autore di acrobatici saggi anti-filosofici, La crisi della filosofia messianica, dove scompaginava e ricomponeva a suo modo marxismo, psicanalisi e neopositivismo, e di teorie letterarie evolutive del modernismo brasiliano, Manifesto Antropofago, in cui propugnava il ritorno della cultura del suo paese a una ideale purezza tropicalista precedente l'arrivo dei conquistatori europei (“Prima che i portoghesi scoprissero il Brasile, il Brasile aveva scoperto la felicità”).
Oswald de Andrade sicuramente raggiunge i gradini più alti della sua creatività in due opere narrative di difficile collocazione perché buttano all’aria le sbarre di confine fra prosa e poesia, dapprima con Memorie sentimentali di Giovanni Miramare (terminato nel 1923 e pubblicato nel 1924) poi con Serafino Ponte Grande “scritto dal 1929 (era di Wall Street e Cristo) all'indietro” e pubblicato nel 1933. Forse però, l'apice della sua creazione fu la sua stessa vita, vissuta fino in fondo come un romanzo frammentato in stazioni disperse su vari continenti da un vento irrazionale.
Così Giuseppe Ungaretti (che già aveva tradotto la sua raccolta di poesie Pau Brasil, Legno Brasile) scriveva nella sua prefazione a Memorie Sentimentali (prefazione che da sola varrebbe la riedizione del volume): “Non so quale fosse la sposa che aveva impalmato in quei giorni, settima, undicesima oppure ventunesima. Non ebbero più donne Abramo, né Matusalemme né Noè messi insieme, che devono averne godute moltitudini per popolare o ripopolare questo pianetaccio, a differenza del povero Adamo che combinò tutto con la sola povera Eva, guai o miracoli che fossero, dipende dai pareri. Tra la moglie bambina e un quadro recente di Picasso che si baloccava tra le braccia, raccontava storie dell'altro mondo, un po' come fosse il Padre Eterno o il suo rivale da girarrosto. Aveva vissuto a Parigi, nababbo, non rastaquero (1), e vi aveva scoperto tutto, annusato tutte le puzze e tutti gli olezzi, fino al collo ficcato in tutte le trappole, uscendone indenne e bobo da bravo illusionista. Non aveva riportato in Brasile, sposa, come succedeva allora al sudamericano pingue di moneta quanto di corpo, la femmina che l'aveva adescato chissà in quale lupanare di Lutezia, carnosa, di connotati correggeschi già stuzzicante di libidine dal fugace adocchio.”
Giovanni Miramare ci attira in un labirinto epico in prosa e in versi, un'opera rivoluzionaria e provocatoria nella forma e nei molti linguaggi adottati, sarcasticamente inquadrata così nelle ultime righe dall'autore per bocca del protagonista:

- Son già passato attraverso la migliore cernita della critica. Ho letto le Memorie, prima dell'imbarco, al dott. Pilati.
- E lui?
- Il mio libro gli ha ricordato Virgilio, soltanto un po' più nervoso nello stile.

Serafino Ponte Grande è un grande “non-romanzo”, un “non-libro” campionatura di molti libri possibili, evocativi di altrettanti generi letterari appena suggeriti per essere tosto rinnegati, rimessi in discussione. Un libro che affascinò Fabrizio De André influenzando la creazione del testo de “La domenica delle salme”, musicata poi da Mauro Pagani. Fu in fondo alla sua copia del volume che De André annotò di getto alcuni versi della canzone che nella stesura definitiva riconosceva l'opera e l'autore brasiliano come fonte di ispirazione:

“A tarda sera io e il mio illustre cugino de Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile”

In un'intervista del 1990 De André diceva: “Tra i molti poeti sudamericani che conosco, Oswald de Andrade è uno dei miei preferiti, probabilmente per quel suo atteggiamento comportamentale oltre che poetico totalmente libertario, per quel suo anticonformismo formale che lo fa essere qualcosa di più e di meno e comunque di diverso da un poeta in senso classico. E poi è dotato di un umorismo caustico difficilmente riscontrabile in altri poeti dei primi del Novecento.”
De André/de Andrade, erano due artisti ostinati a viaggiare in direzione contraria.
Ma ecco un illuminante autoritratto dello scrittore estratto “a sorte” dal Serafino:

“Oggi, in casa mia, posso cantare a gola spiegata la Vedova allegra, togliermi le caccole dal naso, scorreggiare sonoro. Posso liberamente fare tutto quello che mi pare contro la morale e la decenza.”
“Mi presento al lettore. Pelotarista (2). Personaggio dietro una vetrata. Impermeabile e galoches. Certi militari hanno cambiato la mia vita. Gloria agli uomini di fede! Là fuori, quando asciugherà la pioggia, ci sarà il sole.”...
“Eccitato da aspettative, plausi e manfrine capitaliste, il mio genio letterario si impantanò più volte nella trincea social-reazionaria. Logicamente dovevo diventare cattolico. La grazia piove sempre sul bagnato. Ma quando già ero in ginocchio (con Jean Cocteau!) davanti alla vergine e studiavo il Medioevo di san Tommaso, un prete e un arcivescovo, in un mezzodì poliziato della San Paolo affarista, mi sfilarono il portafoglio ereditato. Li acchiappai appena in tempo per la tonaca. Ma, è umano, persi la fede. Rimasi nella borghesia, della quale, più che alleato, fui vessillo cretino sentimental-poetico.
Dalla mia anarchia di fondo sgorgava sempre una sorgente sana, il sarcasmo. Servii la borghesia senza crederci. Come il cortigiano sfruttato tagliava le ridicole vesti del Reggente.
Il brasiliano a vanvera in balia dell'alta marea nell'ultima tappa del capitalismo. Ballista. Opportunista e ribelle. Conservatore e sensuale. Sposato per forza (in altra sede si definì: “monogamo successivo”). Preferisco semplicemente dichiararmi nauseato di tutto. E con un unico obiettivo. Essere, per lo meno, testa di ferro della Rivoluzione Proletaria.
Eroica missione per uno che è stato chierichetto, ha ballato la quadriglia a Minas e si è travestito da turco a bordo.
Sia quel che sia. Impossibile tornare indietro. Il mio orologio va sempre avanti. La Storia pure.”
Rio, febbraio 1933
Oswald de Andrade
(1) Rastaquero: Avventuriero
(2) Pelotarista: giocatore di pelota
“La battaglia non si perda...” qui posta a titolo, si ritrova in realtà in epigrafe, in apertura di “Serafino Ponte Grande”.

“Memorie sentimentali di Giovanni Miramare” è stato pubblicato da Feltrinelli nel 1970. “Serafino Ponte Grande” è uscito da Einaudi nel 1976. L'edizione originale di quest'ultimo portava, a tergo del frontespizio, la seguente nota: “Diritto di essere tradotto, riprodotto e deformato in tutte le lingue. San Paolo, 1933”.
Viene voglia di prenderlo alla lettera: dagli anni settanta ad oggi non si è avuta purtroppo nessuna riedizione dei due volumi!
Ci vorrebbe davvero un bel coraggio a fare l'editore ai giorni nostri...

giovedì 6 ottobre 2011

A tavola sul palcoscenico


Se all’attore dionisiaco avessero vaticinato che, smaltita l’ebbrezza, sarebbero seguiti secoli di fame e di vita grama come un malaugurio, fra scomuniche delle autorità religiose e persecuzioni di quelle civili, forse a tanto calvario avrebbe preferito il coma etilico, per non riaversi più dalla sbronza. Fortuna che qualche nume deve averlo convinto che solo “attraverso le difficoltà si diventa star” (per aspera ad astra, dicevano appunto gli antichi) così il nostro, caricata la croce, si è incamminato verso di noi, intraprendendo una plurisecolare carriera legata indissolubilmente, così come la storia stessa del teatro, al “doppio” spettrale del cibo e della tavola: la fame.
Alle remote origine del teatro, nell’esaltazione dei riti dionisiaci, l’attore, con sacralità sacerdotale, officiava la ricerca di un contatto con la divinità. All’apice della civiltà greca l’hypocritós veniva tenuto in alta considerazione, con uno status di grande privilegio, ma dopo quel periodo aureo inizia per lui una lunga decadenza civile che lo vedrà schiavo, essere inferiore dedito a un’attività abietta (i guitti venivano seppelliti in terra sconsacrata, le attrici venivano considerate alla stregua delle prostitute), sempre assillato dalla fame e dai disagi esistenziali di un mestiere precario che, se in alcune fortunate occasioni poteva godere degli avanzi delle tavole di corte, frequentemente ricadeva in penurie quaresimali. Fino a tutto l’Ottocento, nei quaranta giorni che seguivano il carnevale, interdetti alle rappresentazioni, le compagnie si scioglievano e lo spettro della fame si ingigantiva tanto che a esorcizzarlo ancor oggi sopravvive la superstizione che bandisce il viola quaresimale in teatro.
Le due più famose maschere della Commedia dell’Arte, Arlecchino e Pulcinella, erano affratellate da un comune nemico, la fame, che trovava rimedio solo in un’utopistica abbondanza, nell’apologia virtuale dell’abbuffata, nel nutrirsi di iperboli, nello sberleffo, almeno sul palcoscenico, a una cultura che a dispetto delle carestie imperanti aveva voluto classificare la gola fra i sette peccati capitali. La fame era così diffusa da superare come flagello la peste, ma solo per quest’ultima era consentito inventarsi l’esistenza di untori.
Gran cantore di un mondo contadino che tra miseria e fame non riusciva a sbarcare il lunario fu un drammaturgo veneto del Rinascimento, Angelo Beolco detto Ruzante. Paradigmatica la sua commedia Bilòra, il cui protagonista, alla desolante vuotezza della dispensa deve affiancare quella del talamo, abbandonato dalla consorte che gli ha preferito gli agi di un vecchio cicisbeo veneziano.
All’epoca della Commedia dell’Arte ogni luogo poteva divenire teatro. Le rappresentazioni si svolgevano tanto all’aperto che al chiuso, nelle fiere, nei palazzi nobiliari, nelle piazze dei mercati, nelle arene destinate ai combattimenti fra animali, in taverne dove l’avventore diventava spettatore e viceversa, realizzando momenti di coinvolgimento conviviale come si ritrovano ormai solo nelle culture teatrali orientali o del sud del mondo.
Nel teatro elisabettiano il pubblico poteva assistere alla rappresentazione delle opere di Shakespeare o di Ben Jonson mangiando e conversando, cambiando di posto e intervenendo con commenti ad alta voce sulla vicenda, il popolo in piedi e i nobili accomodati direttamente sul palcoscenico. La lunghezza di certi testi, oggi difficilmente e raramente riproponibili nella loro integralità, era affrontabile allora perché la vita scorreva con ritmi notevolmente più lenti ma anche grazie a condizioni di convivialità che permettevano di alleggerire l’attenzione sulle parti di raccordo delle rappresentazioni.
Cibo e teatro, corteggiandosi a vicenda, si sono spesso occupati reciproci spazi. Mentre ancora gli spettatori potevano mangiare nel corso delle recite, lo spettacolo diveniva ospite d’onore nei banchetti medievali di tutta Europa. Dapprima semplici esibizioni di arte varia, con musici e saltimbanchi che intrattenevano i commensali fra una portata e l’altra, questi inserti in Spagna vennero chiamati entremés e si affinarono in un vero e proprio genere di intermezzo fra gli atti degli spettacoli teatrali, molto fiorente fino al XVIII secolo. E’ curioso che del termine corrispettivo francese, entremets (tramezzi, li chiamò Artusi), si sia riappropriata nell’Ottocento la gastronomia per designare quei piatti che riempivano le pause fra una portata e l’altra, alla faccia della fame e della gotta.
A partire dal Cinquecento, e ancor più nel Seicento, il teatro inizia a istituzionalizzarsi con la costruzione di luoghi deputati alla rappresentazione degli spettacoli musicali e teatrali, dai quali il cibo verrà escluso, cosicché lo spettatore, appagato lo spirito, il ristoro del palato dovrà arrangiarselo altrove. Poi, scavalcando un secolo e buttando all’aria troni e parrucche, privilegi e convenzioni, irruppe sulla scena europea la Marsigliese con la sua rivoluzione che finalmente restituì all’attore uno status civile, abrogandone la presunzione di infamità, e involontariamente gettò le basi per la nascita dei moderni ristoranti disoccupando e costringendo ad affacciarsi al mercato gli chef i cui nobili padroni venivano decollati.
In Italia, oramai esclusa dal teatro “drammatico”, la vettovaglia si ripresenta abbondante fra stucchi e velluti in occasione delle rappresentazioni delle opere liriche che, per durata e conformazione, potevano contemplare momenti di “calo d’attenzione”. Ma il cibo si arrestava nei retropalchi che, essendo di proprietà di singoli o di associazioni di privati, godevano di una completa “autonomia territoriale”: cucine o alcove, secondo la bisogna. Ancora negli anni cinquanta e sessanta, in alcuni teatri lirici emiliani, approdavano nei retropalchi coppe, salami e culatelli, cotechini, buşeca e cappelletti in brodo, i cui profumi si confondevano con le “arie” e inebriavano gli animi con l’ausilio di adeguati beveraggi, a celebrazione del palato in onore dell’ugola.
Attraverso i secoli fame, cibo, cucina e tavola si ripresentano in palcoscenico nei drammi e nelle commedie di alcuni autori fra i più rappresentati, assumendo talvolta la valenza di dramatis personæ, con il peso drammaturgico di un vero personaggio. Shakespeare, Molière, fino a Goldoni che al suo Arlecchino fa dire: “Ho servido in tavola do padroni e un non ha savudo de l’altro. Ma se ho servido per do, adess voio andar a magnar per quattro”. E più vicino a noi Pirandello, Brecht e financo Beckett con le rarefatte atmosfere e le battute ultimative dei suoi personaggi:
Hamm Non ti darò più niente da mangiare.
Clov Allora moriremo.
Eduardo De Filippo, col suo amore profondo per la cucina borbonica napoletana, si distingue per la puntigliosità con cui prescrive che nelle sue commedie il caffè o il ragù vengano preparati per davvero in scena, che il loro profumo raggiunga gli spettatori, e così la tavola diviene palcoscenico della vita quotidiana. Pensiamo a Questi fantasmi, Natale in casa Cupiello, Sabato,domenica e lunedì, Napoli milionaria, Filomena Maturano, dove intorno alla tavola sono alla fine sempre i sentimenti buoni, quelli piccolo borghesi, a trionfare.
Si completa dunque, nella provvisorietà dello scorso secolo, la parabola che porta il teatro e l’attore a riscattarsi dalla fame predisponendoli finalmente al salto dall’indigenza congenita alla soddisfazione dell’appetito, all’evoluzione di quest’ultimo nella sua forma subliminale, la golosità come rivalsa sulla fame, e in alcuni casi alla sua degenerazione in ingordigia, favorendo la diffusione di tanti luoghi comuni sulla propensione per la buona tavola di tanti attori che interpretano le tournée dei propri spettacoli come tappe da un ristorante all’altro.
Infine, nell’era dell’abbondanza e degli eccessi, con un improbabile scambio di ruoli, nascono attori che si divertono a fare i cuochi e chef che si credono attori.
Ma qui principia tutt’un'altra commedia.
(Dall'introduzione di un mio libro del '94, con qualche piccolo ritocco).

domenica 28 agosto 2011

Je suis professeur de guitare sommaire.


Je ne suis pas ici pour vous distraire, mais pour
instruire.
Après je prends ma retraite.
Une guitare...est un instrument... en forme de
guitare...qui comporte six cordes. Si l'on partage la
guitare en deux par le milieu (ce qui n'est pas à
conseiller...)
On obtient deux moitiés de guitare... et ...3 cordes
d'un côté... 3 cordes de l'autre.
Ces 3 cordes du haut s'appellent par conséquent
les basses... en guitare "classique" !
En guitare "sommaire" on ne les appelle pas :
on les ignore !
Sorriso incerto, che quasi deraglia nella cornice irregolare di una barbetta da satiro, cantastorie di favole che si sono perse per strada, cuginetto di Zazie più che nipotino di Queneau, Boby Lapointe, anche se non proprio in quest'ordine, apre un negozio a Parigi, fallisce, divorzia, cambia mestiere, fa l'installatore di antenne tv, scrive e s'inventa cantante, banditore dei suoi giochi di parole con l'accompagnamento di una fanfara. E' il 1956. Diventa amico di Brassens e di Truffaut, che lo introduce al cinema come attore. Canta e beve (abbondando nella seconda attività). Apre un caffè-concerto, ma fallisce ancora. Le sue canzoni raggiungono il successo nei primi anni sessanta.
Si l'on ne voit pas pleurer les poissons
Qui sont dans l'eau profonde
C'est que jamais quand ils sont polissons
Leur maman ne les gronde
Quand ils s'oublient à faire pipi au lit
Ou bien sur leurs chaussettes
Ou à cracher comme des pas polis
Elle reste muette
La maman des poissons elle est bien gentille!
Ell' ne leur fait jamais la vie
Ne leur fait jamais de tartine
Ils mangent quand ils ont envie
La maman des poissons elle a l'oil tout rond
Ses petits l'aiment bien, elle est bien gentille
Et moi je l'aime bien avec du citron...
L'ho sentita canticchiare qualche anno fa a Daniel Pennacchioni, il papà di Benjamin Malaussène, La maman des poissons. Boby Lapointe l'ho scoperto così, me ne sono innamorato in ritardo. Sempre in tempo però.
(J'ai fantaisie):
Ce Samedi soir ell' revenait de son usine
Les bras chargés de billets bleus bien mérités
Sous les regards concupiscents de ses copines
Le cœur joyeux vers son foyer
Ell' se hâtait
En la voyant sa maman fut bien satisfaite
Elle lui dit, prenant son air des jours de fête
Mets un chapeau, lav' toi les mains, faisons toilette
Ce soir ma fille, nous allons bien nous amuser!
J'ai fantaisie de mett' dans notre vie
Un p'tit grain de fantaisie ! Youpi, Youpi'
Allons au cinéma du quartier
Ça s'rait folie d'faire les frais d'une entrée
Mais nous verrons la sortie... Youpi, Youpi !
C'est amusant de voir les gens qui en sortant
Ont l'ai si tristes ! Oh ! Oh ! Oh !
Si tristes ! Oh ! Oh !
C' qu'on s'amuse en buvant un' limonad'
Oh ! la ! la ! j'en suis malade.
Appassionato di matematica, nel '68, mentre Parigi, Regina di Maggio, viene rivoltata, lui, che la fantasia al potere gliel'aveva già mandata da un pezzo, s'inventa un sistema di numerazione in base 16 precursore dell'informatica e lo chiama “Bibibinaire”. Sembra uno dei suoi giochi di parole ma sta per 2 elevato al quadrato elevato al quadrato, una formula ancor oggi nota come Numerazione Bibi.
Intanto continua a scrivere canzoni, fa in tempo a registrarne una cinquantina, poi a
cinquant'anni il cancro gli impone il suo assolo. Georges Brassens lo rimpiange così: «Ce satané Boby Lapointe, depuis qu'il a tourné le coin, à Pézenas comme à Paris ses copains et admirateurs ont du mal à s'y habituer. En ce qui me concerne, les soirs où son amitié et sa bonhomie me manquent un peu, je fais comme si rien n'était, j'écoute ses chansons pour qu'il continue à vivre, le bougre, et il continue. Mon vieux Boby, putain de moine et de Piscénois, fais croire à qui tu veux que tu es mort; avec nous les copains ça ne prend pas».
Ce Soir Au Bar De La Gare
Igor Hagard Est Noir
il N'arrête Guère De Boire
car Sa Katia, Sa Jolie Katia
vient De Le Quitter
sa Katie L'a Quitté
Tic-Tac Tic-Tac
Ta Katie T'a Quitté
t'es Cocu Qu'attends-Tu ?
cuite-Toi T'es Cocu
t'as Qu'à, T'as Qu'à T'cuiter
et Quitter Ton Quartier
ta Katie T'a Quitté
ta Tactique Était Toc
des Catins Décaties
taquinaient Un Cocker Coquin
et D'étiques Coquettes
tout En Tricotant
caquetaient Et Discutaient Et Critiquaient
un Comte Toqué
qui Comptait En Tiquant
tout Un Tas De Tickets De Quai
quand Tout À Coup
tic-Tac-Tic Driiiing !
Le sette testine dipinte a mano riprodotte nell'immagine, alcune in gesso altre in terracotta, le comprai a Parma quand'ero ragazzo, in uno storico laboratorio di giochi e scherzi che svuotava il magazzino prima di chiudere definitivamente l'attività (la qualità artigianale aveva fatto il suo tempo, la gente si rivolgeva ormai ad altre distrazioni). Mi sembrava che quelle faccine da pupazzi di pezza potessero raffigurare degnamente la mimica facciale da clown triste di Boby Lapointe, il suo sguardo disilluso, la bocca piegata in un sorriso ingenuo e sarcastico...

sabato 25 giugno 2011

Camera d'Aria (lo specchio delle nuvole)

La stanza si espande e si contrae come un polmone, le lampade s'avvicinano come fari d'automobile poi sono inarrivabili galassie, come in un cannocchiale all'incontrario. Il pavimento in piastrelle bianche e nere è Vasarely che spancia verso il basso, come una tela elastica. Camminarci mima l'incertezza del percorso umano, ogni passo si inabissa verso il centro, poi il piano si rapprende come ragnatela e mi lascia sospeso nel nulla. I pensieri sono parole scardinate in passati remoti che ritornano a inscenare girotondi dove io ruoto mutando velocità e tocco con gli occhi oggetti che si trasformano in porte che alternano aperture da gatto a passaggi monumentali. Una porta si chiude e si riapre su una stanza senza finestre, un campanello con una targa in ottone: Prof. Ampelio Damigiani. Premo il pulsante, non ne esce suono ma mette in moto un antico ventilatore le cui pale muovono l'aria verso una girandola da bambini, infilata come un tulipano in un vaso di cristallo. La girandola gira, i colori si confondono. Il campanello serve a quello: inutile, quindi bello. Entro. Le suole crocchiano sul pavimento di vetro sbriciolato che riflette costellazioni immaginarie sui muri azzurro cielo. Al centro un grammofono a tromba, carico la manovella e il chiodo tira fuori dai solchi la nostalgia di Gardel, il suo sorriso spavaldo e una Buenos Aires che forse non c'è stata mai: bucce d'arancia tagliate a spirale fra i colori accesi delle facciate ondulate del Caminito, un minuscolo balcone ingombro di pentole in alluminio, ammaccate, annerite, inutilizzate. Monto su un cavallo che mi apre una tranquera nella pampa: mille manzi ci guardano passare annoiati, li richiamo, mi seguono curiosi. L'ultima tranquera si apre su un acquitrino, un armadillo ci affianca scansando i passi del cavallo, le piogge dell'anno prima ancora allagano la carretera e il baio si immerge lentamente puntando al sole lontano che cede all'orizzonte. Sui pali dei recinti piccoli rapaci stazionano pazienti in attesa delle bolle che annunciano il riemergere di piccoli anfibi. Il sole si allarga e prende intensità nell'aprire alla sera e il silenzio aumenta la sua compressione del tempo finché questo si ferma, immobile come l'acqua, come il vento, gli uccelli, il cavallo, come me che ho raccolto le gambe in alto sull'arcione per non immergere gli stivali e guardo incantato l'immensa magia della sera. Nella stanza cieca miniature alle pareti s'allargano su nuovi orizzonti: isolotti nel delta del Tigre, ville coloniali nell'oblio degli uomini, relitti di vaporiere, monumenti alla ruggine che pazienterà mille anni per sbriciolarle, passi andini, camion con le ruote lisce intraversati nella neve, liane che zampillano acqua, iguana pazienti alla base delle palafitte, fiumi come laghi,... Salto in un quadro, pedalo nella notte, strade lastricate, bagnate e scivolose, parchi, ponti e sottopassi, lampioni gialli, silenzi e suoni che escono e precipitano dalle finestre là in alto. Risate solitarie, pianti corali, gemiti a volte e incoscienti abbandoni, tappi stappati da mani maldestre, bicchieri infranti e rumori di stoviglie. Segrete ricette. Gigantesche vetrate, cori stonati, gargarismi soffocati e conati di vomito, urla silenzi sonni e risvegli, morti, resurrezioni, false verità e ingannevoli divinità in fuga su cavalli dalle ali brevi, perché gli dei rifiutano sempre le risposte. Matrimoni e divorzi da vuote promesse. Finestre che risucchiano il mondo a riempire stanze pneumatiche e gli inspiegabili affanni di passanti rigurgitati con le loro ambasce. Lame di luce attraversano le persiane a tagliarmi gli occhi, cola un liquido vischioso che mi chiama a uscire con voce metallica, mi immergo e nuoto lentamente, sempre più lentamente, il liquido si ritira e raggela il mio gesto sul pavimento. Tutto va in frammenti, senza rumori di fondo, ma subito si ricompongono figure misteriose che levitano fino al soffitto scomponendosi in novantanove variazioni cromatiche. Poi un puntino bianco percorre lo spazio con moto irrazionale e cancella ogni colore al suo passaggio, dei colori sembra nutrirsi dilatandosi inesorabilmente fino a rendere bianchi gli oggetti intorno e l'aria stessa. Io rimango immobile, i colori ce li ho dentro. Una musica compare all'improvviso, come un respiro che diventa affanno, contrae i volumi e li espande, altre musiche emergono e si contrastano e i suoni sono carne, dita viziose che s'insinuano a comprimere i timpani. Le orecchie nuotano contro un vento di note e rumori. Gli occhi si gonfiano e s'afflosciano, la visione è deforme e trasfigura ciò che è bello in bolle che esplodono sulle incertezze del naso e le narici s'allargano alla ricerca di aria per richiudersi a suggellare i vuoti fra un respiro e l'altro. La lingua in fuga, le labbra l'imprigionano fra i denti, un suono di gola esce, si perde senza ascolto, diventa sabbia, scandisce il tempo che non passa. Le pale di un ventilatore dal soffitto frullano aria liquida che scroscia sul piancito, spruzzi arrivano alle labbra, di nuovo non parole ma suoni che nessuno riceve. Cadono fiori e foglie di vetro, si sbriciolano al suolo e rinascono piante che non danno frutti. Un vento annoiato insegue le foglie secche. Alcune si rialzano a ricongiungersi coi rami. Sotto, gli umani sono manichini immobili, le vene sottopelle, magri, le ossa, i muscoli, pensieri che urlano, non ancora parole ma oggetti che escono e feriscono dove arrivano e svaniscono senza lasciare traccia. Restano mosche secche alle finestre, la loro voglia di uscire fissata in un tempo passato. Case vuote, ragnatele senza ragni, erba intorno, il vento la muove, arida, come si muove il mare di fronte, senza rumore. Cantilene infantili cantate da vecchi. Sole e freddo e vento perduto e tempo riguadagnato, come sfila e raccorcia la lenza un pesce ancora vivo. Allora i polmoni si sgonfiano, l'apnea è il tempo del pensiero, l'aria rioccupa i suoi spazi e tutto lava via, stropicciando ricordi, disperdendo fiori secchi, bottoni, spille da balia, chiavi di case che non val la pena ricordare, monete fuori corso, cartoline mai spedite, foto ingiallite, conchiglie, sabbie colorate, unghie secche, pelli squamate, ciocche di capelli che il tempo decolora e non allunga più.
Tiro il fiato.
Il silenzio è un suono prolungato...

domenica 19 giugno 2011

La carrucola rapita

Vorrei cantar quel memorando sdegno
ch'infiammò già ne' fieri petti umani
un'infelice e vil Secchia di legno
che tolsero a i Petroni i Gemignani.

Rimpastando date e fatti storici il secentesco Nobil Homo Alessandro Tassoni, poeta modenese, nell'ultima parte della sua vita si mise a tirare su la stramba impalcatura della Secchia Rapita, poema eroicomico in ottava rima che qualche fama gli avrebbe reso alla posterità.
Dopo una giovinezza dissoluta, completati gli studi, il nostro si mise al servizio di duchi e cardinali coltivando la passione per il campo letterario, dove poteva esprimere la sua personalità vivace e iraconda, carica di corrosiva vena polemica anti-aristotelica, riparando sovente sotto le tutele di un avveduto anonimato. La propensione alla prudenza dell'autore risalta dalla lunga gestazione editoriale del poema, la cui prima stesura è del 1614 ma vide le stampe a Parigi solo nel 1621. Per superare poi le fitte maglie della Congregazione dell'Indice dei Libri Proibiti della Chiesa Cattolica, Tassoni ne fece stampare nel 1624 una copia unica particolarmente purgata per il Papa Urbano VIII (quel Maffeo Barberini che per altri versi non fu certo un faro di virtù, praticando il nepotismo su vasta scala). Ma la versione definitiva fu stampata a Venezia nel 1630.
Il desiderio di nuovo del poeta diplomatico, unito alla ricerca di paradossali bizzarrie, lo convinse a ricombinare liberamente avvenimenti reali con storie immaginarie per ricavarne divertimento e stupore per il lettore e per sé stesso. Così, ispirandosi a un fatto d'armi noto come “la battaglia di Fossalta”, accaduto nel 1249 fra le armate dei Bolognesi e dei Modenesi, nelle sue pagine fece irrompere i primi nei domini di Modena per essere tosto respinti e inseguiti fino alle porte di Bologna dove – a suo dire - la soldataglia ducale, sostando a un pozzo per abbeverarsi, decise di portarsi via come goliardico trofeo una vecchia secchia di legno. I Bolognesi la presero di punta, sempre secondo il poeta, e s'imbufalirono non poco di fronte al rifiuto di riconsegnare la secchia, così che dichiararono guerra a Modena! Parrebbe che il furto della secchia, se in realtà è avvenuto, sia databile secoli dopo i conflitti tra le due città, ma al nostro tornava comodo attribuire al fatto la causa della guerra, magari per insinuare, sia pur velatamente, quanto basse siano le cose umane e quanta stoltezza possa ingenerare sanguinari conflitti. Poi, per potere infilare nella storia arguti riferimenti alla sua contemporaneità e giudizi polemici di carattere personale, vivacizzò il poema soffiando altre polveri sul campo di battaglia, facendo partecipare alla guerra gli dei dell'Olimpo, ripartiti nei due campi avversi, personaggi storici come il figliastro dell'Imperatore Federico II (quel Re Enzo di Sardegna che finì la sua carriera in riguardosa prigionia dei Bolognesi) e figure immaginarie come la bella amazzone Renoppia, che nella pugna comandava una schiera di donne guerriere mentre la notte teneva su il morale delle truppe cornificando a multipli il donchisciottesco consorte, il Conte di Culagna:
un cavalier bravo e galante,
filosofo poeta e bacchettone
ch'era fuor de' perigli un Sacripante,
ma ne' perigli un pezzo di polmone.
Spesso ammazzato avea qualche gigante,
e si scopriva poi ch'era un cappone...
In realtà, i mercenari modenesi, eccitati dal sangue, dal clangore della battaglia vinta e pure ebbri di lambrusco per le conseguenti libagioni, si provarono dapprima ad asportare la vera di quel pozzo presso il quale s'erano apprestati per lavare la ferraglia. Ma l'immane anello in pietra, tradotto in loco dalle cave appenniniche con otto pariglie di buoi da aratro, aveva ben resistito nella sua fissità. Così, desistendo da ulteriori sforzi, orientarono le loro oltraggiose attenzioni dapprima verso la vile secchia di legno, usandola a guisa di bugliolo, per asportare infine la corposa carrucola di cui fecero dono al loro capitano, a ornamento degno del suo alto arcione. La secchia, originale o copia poco importa, è ancor oggi esposta a mo' di beffardo trofeo nella modenese torre della Ghirlandina. Ma ciò che fece veramente andare in bestia i Felsinei fu la perdita di quella carrucola, robusta forgiatura in ferro con un anello da carichi pesanti ma ingentilita da un rocchetto in ottone fuso a cera persa, irripetibile manufatto perché – ad aggravare l'onta – gli armigeri Gemignani arruolarono involontario nelle proprie armi il fabbro ferraio che dalla bergamasca era venuto a terminare la propria stirpe proprio nel Bolognese. Così, poiché gli umani amano ripetersi, specie nelle proprie stupidità, furono ancora guerre e sangue e la carrucola cambiò di mano e di ducato, di pozzo in pozzo, di castello in torrazzo, nobilitata e poi svilita a tirar su sacchi di granaglie, sassi di fiume e vasche di calcina per finire irriconoscibile oramai, incrostata dagli ossidi del tempo, nella catasta indistinta di un raccoglitore di ferraglia dal quale parecchie idee io ho attinto.

martedì 24 maggio 2011

Cigola la carrucola di Montale

Alle volte resta poco tempo per pensare e su questa carrucola antica, forgiatura ciclopica in ferro con un anello da tori e una coppiglia che pare sfilata da una botola castellana ma ingentilita da un rocchetto in ottone fuso a cera persa, su questa carrucola preziosa e forte sto lambiccandomi da tempo per imbastire una storia che so già da dove spunta e quali labirinti percorre ma mi fa piacere attendere a darle uno sbocco.
In attesa (solo io) della "Carrucola 2", godiamoci Eugenio Montale, "povero diavolo e non uomo di lettere professionale", che la carrucola della sua mente aveva fatto cigolare da un bel pezzo:

Cigola la carrucola del pozzo
l'acqua sale alla luce e vi si fonde. 
Trema un ricordo nel ricolmo secchio, 
nel puro cerchio un'immagine ride. 
Accosto il volto a evanescenti labbri: 
si deforma il passato, si fa vecchio, 
appartiene ad un altro... 
Ah che già stride 
la ruota, ti ridona all'atro fondo, 
visione, una distanza ci divide. 
Eugenio Montale