martedì 12 aprile 2011

Agata ha perso il suo primo dentino!


Ci lavorava da giorni con la punta della lingua, portando avanti il mento, spingendo il dente avanti e indietro, sentendo che piano piano cedeva aumentando il dondolìo. Questa è la piccola storia di qualcosa che non potrei mai vendere, primo perché l'oggetto non mi appartiene, secondo perché... lo scoprirete in seguito.
Intanto lei ci ragionava su.
    - Ti devo dire una cosa: si perde il primo dente perché si sta diventando grandi! Però quando perdono i denti i grandi vuol dire che stanno diventando vecchi.
Negli ultimi giorni il dondolìo era aumentato.
     - Sai papà, è emozionante sentire che si diventa grandi!
Cinque anni e tre mesi. E' caduto a scuola, la maestra il dentino glie l'ha messo in un sacchettino, ma Agata lo mostrava a tutti.
     - Ecco, questo è il mio primo dentino, mi è caduto oggi mentre mangiavo, così lo vedi com'è è piccolo e bianco, poi me lo porto a casa perché stasera lo devo mettere sotto il cuscino...
Quattro Euro e quarantaquattro centesimi le hanno lasciato la fatina dei denti dei bambini col topolino e non so chi altri si occupi di risarcire o premiare la prima caduta. Quattro e quarantaquattro, così, solo per sentirglieli contare e chiedersi perché di questo strano numero e sentire di quanto si appesantiva il salvadanaio.
       - Mammapapà, quanto vale il primo dente di un bambino?
       - Dipende da quanto si trova in tasca il topolino e da quanto gli piace quel dentino.
       - Quindi questo gli è piaciuto quattro e quarantaquatto volte...
L'ha messo in una scatolina e la mattina dopo l'ha voluto riportare a scuola.
       - Devo farlo vedere alle mie amiche che sono diventata grande!
Così per due o tre giorni. Una sera però le ho regalato una scatolina araba, preziosa, in legno intarsiato, e mi seguiva Agata col suo piccolo scrigno per le scale, in terrazza, sui fiori, in casa, in bagno...
Non si sa dove si sia perso quel dentino, la scatola era dura da aprire e lui deve essere saltato fuori di lì. Era caduto tre giorni prima ma solo ora l'aveva perso.
      - E se fosse lui che se ne è andato via? Forse aveva qualche cosa da fare, forse era curioso di vedere il mondo, dopo più di quattro anni passati dentro la mia bocca...
      - Tu dove pensi che sia finito?
      - Non lo so, ora che è primavera, nel giardino dei fiori gialli, o è volato fino alla spiaggia di Riccione, o a trovare i cavalli a Ranzano, a Kioni con le caprette, o forse è sotto al tappeto a ridere di noi che lo stiamo cercando dappertutto.
      - Speriamo che sia volato via e non finisca nella pancia di un'aspirapovere.
     - Sicuro che è finito in giardino, lui conosce la lingua dei fiori, parla un po' col glicine, coi tulipani selvatici, saluta le primule venute dai boschi di castagni poi tornerà quando diventerò mamma, a trovare i miei bambini quando perderanno il loro primo dentino.
Lui, il dente, dal suo nascondiglio, sta osservando un cuore con le trecce nere che parla con un cuore che sorride un po' distratto ma guarda dritto nel centro del foglio dove sorge un castello circondato da cuoricini, piccole mezzelune, farfalle, fiori con la bocca a forma di cuore, un arcobaleno che tutto colora come fosse un gioco, torri, piante, fiori, stelle, bambini curiosi allungati verso il margine del foglio, girandole variopinte che generano il vento e non lo subiscono, mani che mimano mani che si dipingono l'una sull'altra cuori catene fiori unghie viola (“il mio colore preferito!”).

lunedì 7 marzo 2011

8 marzo: un piccolo ideale menu


Aperitivo con vino di dente di leone
è buono, evoca sapori infantili, ricordate Dandelion Wine di Ray Bradbury?

Carciofi: infiniti sono i modi per prepararli
Rileggetevi “Oda a la alcachofa”, di Pablo Neruda
"La alcachofa
de tierno corazón
se vistió de guerrero"...

Capperi a profusione, sono boccioli, no? pensate assaporandoli che avrebbero potuto sbocciarne fiori meravigliosi.

Insalata di foglie e petali di fiori, su tutti i nasturzi, dalle foglie un po' piccanti, reperibili  sempre grazie alle serre, a meno che non li coltiviate in giardino senza fertilizzanti.

Fiori di zucca! ormai si trovano anche questi d'inverno, e non storcano il nasino le puriste stagionali; anche qui, infinite le ricette, crudi in insalata, ripieni, fritti... godeteveli pensando che da grandi avrebbero potuto essere trasformati in carrozze...

Un dessert? Fiordilatte al miele millefiori.
Per le più inclini alle nostalgie, Madeleine à la Marcel Proust;

Rilassatevi sgranocchiando violette candite e rileggendo, ad esempio,
Les Fleurs bleues, di Raymond Queneau:
"Le vingt-cinq septembre douze cent soixante-quatre, au petit jour, le duc d'Auge se pointa sur le sommet du donjon de son château pour y considérer, un tantinet soit peu, la situation historique. Elle était plutôt floue."

o l'Odissea:
"Partiro e s'affrontaro a quella gente,
Che, lunge dal voler la vita loro,
Il dolce loto a savorar lor porse.
Chïunque l'esca dilettosa e nuova
Gustato avea, con le novelle indietro
Non bramava tornar: colà bramava
Starsi, e, mangiando del soave loto,
La contrada natìa sbandir dal petto."

Così, obliando i piatti da lavare


Maletería Arequipeña


Quante settimane in piroscafo da Livorno a Lima, a mangiare zuppa di patate. A noi passeggeri di terza classe ci faceva compagnia il rumore delle macchine nelle cabine collettive, pulsavano come un cuore ossessivo e l'odore di nafta e di olio bruciato erano l'odore del viaggio. Il vento riportava dagli oblò le musiche del salone di prima classe. Mai più terza classe! mi dicevo. All'attracco al Callao, fra il rumore di ferraglia e le grida dei marinai, con l'apertura dei boccaporti ci hanno dato il benvenuto i profumi sconosciuti del vicino Mercado, coi suoi banchi colorati. Noi dalla pancia calda della nave ci hanno spinto giù lungo una passerella lorda di gasolio, dall'alto del ponte di prima classe scendevano lentamente coppie di passeggeri in abiti di lino, cappelli di Panama, ombrellini di trine e scarpe in corame fatte a mano. Il bagaglio glie l'avrebbe portato la servitù. Io nel mio valigione in fibra di cartone, tenuto insieme da un intreccio di corde di canapa, ci avevo messo dentro tutto il mio mondo, un mondo di miseria che non avrei più voluto rivedere, una povertà pesante che mi faceva claudicare. Il valigione, confesso, pesava tremendamente non per i quattro stracci che avevo messo insieme ma per quello che mutandoni, maglioni e braghe avvolgevano per proteggerli: otto mortai in marmo di Carrara (qualche ligure nostalgico del pesto alla genovese l'avrei trovato sicuramente!). Mai più valigie di cartone mi dicevo, bisognava tenerselo a mente! E ci ha pensato il mio corpo a evitare che il tempo potesse dilavare la memoria, conservando nella mia spalla destra un tic che la fa sobbalzare come a negarsi ogni volta che devo sollevare un peso. Quelli li aspettavano vetture da noleggio, noi ci hanno spidocchiato in un magazzino del porto, poi a piedi ognuno per la sua strada, a risalire verso Lima per poi disperderci nei tanti climi del Perù.

Io cominciai a viaggiare verso sud, non so neanche perché presi quella direzione. A mille chilometri da Lima, risalendo fino a 2.400 metri, arrivai in una città bianca che mi ricordava il mio paese ricoperto di polvere di marmo. Passeggiavo trascinando il mio bagaglio quando mi fermai, stavolta non per prendere fiato. Rimasi incantato a osservare un ragazzino sulla soglia di una pastelería: con un cucchiaio rimestava lentamente in tondo della crema sul fondo di un catino in alluminio, il catino poggiava su una mastella in legno bassa e ricolma di ghiacchio tritato misto a sale grosso. L'improvvisato marchingegno stava in equilibrio precario su uno sgabello. In soli venti minuti la crema si solidificò in un meraviglioso gelato che riuscii ad assaggiare solo perché ero il primo di una coda che non m'ero accorto che si era andava formando dietro di me (il rito, evidentemente, doveva avere un orario e dei clienti affezionati). Ecco, mi dissi, se ci puoi fare un gelato con un cucchiaio e un catino e venderlo tutto in pochi minuti, allora questa potrebbe essere la mia città. Villa de la Asunción de Nuestra Señora del Valle Hermoso de Arequipa, la battezzò così Manuel de Carbajal. “El 15 de agosto de 1540 Juan de la Torre y Díaz Chacón con la colaboración del muy magnífico señor teniente de gobernador Garcí Manuel de Carbajal, capitan por el ilustre señor Marqués Don Francisco Pizarro governador en estas provincias por su magestad, quien había escogido previamente el sitio adecuado para asentar el poblado, más conveniente e sano e de menos perjuicio de los naturales”. “Majestuosa ciudad blanca, de eterna primavera”, sovrastata dal grande vulcano El Misti, ma gli spagnoli con i loro spadoni in forma di croce, gli archibugi e gli altissimi quadrupedi che emettevano convulse risate erano venuti a scoprire con la forza quello che altri avevano scoperto con la dolcezza della fatica. Ci arrivarono ben prima i sudditi dell'Inca Mayta Cápac quando, meravigliati dalla bellezza della valle del Chili, gli chiesero il permesso di fermarsi e costruirvi una città. Egli rispose "Ari qhipay", che in lingua quechua significa “Si, fermatevi qui”. Forse però prima ancora vi si stabilirono gli indigeni Aymara per i quali "Ari qhipaya” significava “Al di là della vetta” del vulcano Misti.
Anch'io mi fermai lì e cominciai a lavorare senza contare il tempo che passava, mirando a quello che sarebbe arrivato. Riuscii a comprare un piccolo laboratorio di valigeria sotto i portici in bianco sillar nella Plaza de Armas, proprio di fronte alla Catedral, fra negozietti e picanterías che spandevano nell'aria profumi di chupe de camarones, ceviche, chicharrones, cauchi de queso, ocopa, zarza de patas, cuy chactado, e chicha de jora, alternati al fritto dei chifas, discendenti dei cinesi anticamente tradotti in schiavitù in Perù. Lì fondai la “Manufactura Peruana SA, P. D. P. Arequipa”. P.D.P. stava per Pedro de Paoli, cominciavo ad abbandonare pubblicamente la lingua di mia madre, la lingua dei ricordi ma anche quella dei mestieri umili, della miseria, della fame coi suoi pochi sapori coperti dall'odore di polvere di marmo. Finii per parlare in italiano solo di notte, nei sogni o nelle mie lunghe veglie. Le mie valigie in cuoio divennero le migliori del paese, si esportavano in Chile come articoli di lusso, ma anche in Venezuela e perfino in Argentina, dove gli sbrigativi coramari bonaerensi non riuscivano ad eguagliare l'accuratezza delle mie creazioni.
Presi a viaggiare, a Lima mi ci conduceva il mio chauffeur su una enorme Cord Saloon, un carro norteamericano con il cruscotto cesellato in argento; l'oceano lo riattraversavo in prima classe sui transatlantici della French Line, un viaggio in terza mi era bastato.
A Lima ci andavo per affari almeno quattro volte l'anno, prendevo alloggio in una suite del Country Club, lujoso Hotel Patrimonio Cultural del Perú por su elegancia arquitectónica finamente decorada con obras de arte del Museo Pedro de Osma, nel distretto residenziale e finanziario di Lima, residenza di grandi personalità, presidenti e ambasciatori, principesse e artisti, con l'esclusivo Lima Golf Club a 18 buche.
Ogni anno attraversavo l'Atlantico per trascorrere due settimane in Italia. Non sono mai più tornato nel mio paese natale, lo pensavo sepolto dalla polvere di marmo... Mi ero innamorato del Lago di Como, col suo clima mite e temperato tutto l'anno, mi aveva incantato il promontorio che lo separa in due rami, lì dove sorge maestoso il Grand Hotel Villa Serbelloni, a Bellagio. Per oltre un secolo, nelle gigantesche specchiere liberty della monumentale salle à manger si sono specchiati illustri ospiti in cerca di una lussuosa oasi di tranquillità: i sovrani di Spagna, di Romania, Albania e Egitto, alta nobiltà, soprattutto russa e inglese, e poi statisti, Sir Winston Churchill, F. D. Roosevel,t J.F. Kennedy, grandi attori come Clark Gable e Douglas Fairbanks, magnati della finanza internazionale. I Rothschild, me li ricordo ancora, si facevano servire esclusivamente i loro Premier Grand Cru Classé, Château Lafite, Château Mouton. Io prediligevo il Barolo del '47, mi ero fatto mettere da parte le ultime tre casse di Monfortino facendolo cancellare dalla carta dei vini.
I miei commerci si espandevano anche in nordamerica, anche lì finii per andare spesso, Boston mi piaceva, e New Orleans, ma l'Europa finiva sempre per calamitarmi. Quando sbarcavo a Marsiglia era Nizza la mia prima meta, là mi aspettava una suite con vista sulla leggendaria Promenade des Anglais nell'albergo più teatrale che io abbia mai frequentato, il Negresco! Bizzarro, imponente, sontuoso, esagerato, ma in una maniera giocosa, quasi infantile coi suoi muri rossi e azzurri, i cavalli delle giostre del passato che spuntavano qua e là tra i salottini del bar. Il direttore, offrendomi la consueta bottiglia di champagne di benvenuto, amabilmente mi intratteneva enumerandomi gli illustri ospiti che in questo straordinario albergo avevano abitato, “e voi fra loro ci onorate tutt'ora, Monsieur de Paoli”. Salvador Dalì - mi diceva - fu così entusiasta della nostra Maison che lasciò nell'albo d'oro una dedica che conserviamo con orgoglio: Au coeur des feux et des fastes de la baie des Anges un Palace-Ètoile: Le Negresco. Ma ancora era capace di provare commozione al ricordo della bella danzatrice americana Isadora Duncan, il cui destino fu segnato dalla passione per i modelli esclusivi messi sul mercato dal genio di Ettore Bugatti. Era l'estate del 1927, quando la ballerina di fronte all'Hôtel Negresco salì su una Bugatti 37, il modello che desiderava acquistare. Mentre si avviava lungo la Promenade des Anglais, la lunga sciarpa di seta rossa s'impigliò nel mozzo della ruota e Isadora morì sul colpo strangolata.
Qui, forse un poco favorita dalle quattro coppe di champagne rituali a ogni nostro ritrovarci, la voce del direttore si incrinava mentre, gli occhi lucidi, deferente si inchinava accomiatandosi.
Ecco perché prediligevo il Negresco sopra ogni altro albergo, per la sua spettacolare capacità di mascherare la fiera delle vacuità che lo circondava, rendendo confortevole il mio stato di fuga permanente, contro ogni vento. Ma ancora non mi riusciva di scuotermi di dosso la polvere di marmo...

mercoledì 9 febbraio 2011

Lo scrigno delle Turmàc

Macedonia, Serraglio, Giubek con filtro,... la moglie dell'ingegner Diggiórgio preferiva le Turmàc, come le chiamava lei facendole emergere con mossa sensuale, come per magìa, tutte e venticinque, dal portasigarette sul tavolino nel salotto rococò, un cilindro magico "Sol Levante" che tutte le amiche le invidiavano. Il bel pacchetto originale era involto da una carta decorata con arabeschi in stile "Africa Orientale". La scritta Turmac evocava i caratteri inventati di un alfabeto “alla turca” e l'acronimo rimandava alla miscela di tabacchi turco e macedone. Ma farle apparire a raggiera, imprigionate una ad una in piccole morse d'ottone, assumeva un ché di peccaminoso e moderno... come mostrare l'attaccatura delle giarrettiere alle calze di seta color carne. Solo questa marca di sigarette aveva in comune l'annoiata signora del Vomero con Sua Altezza Imperiale Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi de Curtis di Bisanzio, ma anche Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero, Esarca di Ravenna, nonché Principe di Costantinopoli e Duca, Conte e Conte Duca di un numero immenso di territori tra i Balcani e la Grecia. In arte Totò. Totò ne fumava quattro pacchetti al giorno e fra l'uno e l'altro dei quindici caffè che si beveva tra l'alba e il tramonto, su un pacchetto di Turmac scrisse di getto le parole di Malafemmena.
Si avisse fatto a n’ato
chello ch’e fatto a mme
c’ommo t’avesse acciso,
tu vuò sape pecchè? 
Pecchè ‘ncopp’a sta terra
femmene comme a te
nun ce hanna sta pe’n’ommo
onesto comme a me !...
Per lungo tempo si è associata questa canzone al nome di Silvana Pampanini, di cui Antonio de Curtis si era invaghito sul set di “47 morto che parla”.
Femmena,
tu si na malafemmena...
Chist’uocchie ‘e fatto chiagnere...
Lacreme e ‘nfamità.
Correva l'anno 1950 quando Totò manifestò la sua passione alla maggiorata e si sentì rispondere "Anch'io ti voglio bene, come se fossi mio padre". Il Principe (così si faceva chiamare dalle maestranze sul set) sostenne sempre di averla dedicata a Diana Bandini Rogliani, la moglie che visse con lui dal 1931 al 1951, nell'anno della loro separazione.
Femmena
Si tu peggio ‘e na vipera,
m’e ‘ntussecata l’anema,
nun pozzo cchiù campà.
Primo interprete della canzone fu Giacomo Rondinella,  accompagnato dall’Orchestra di Gorni Kramer, al Teatro Quirino di Roma nel 1951. A lui Totò aveva accennato sul nascere parole e melodia del brano ricevendone preziosi consigli...
Femmena,
si ddoce comme ‘o zucchero
però sta faccia d’angelo
te serve pe ‘ngannà..
Malafemmena fu anche la prima canzone di Totò ad essere incisa su disco a 78 giri dalla Fonit, con l’interpretazione dello stesso Rondinella affiancato dall’Orchestra del Maestro Sciorilli. 
Femmena
tu si’a cchiù bella femmena
te voglio bene e t’odio
nun te pozzo scurdà...
Te voglio ancora bene
ma tu nun saie pecchè 
pecchè l’unico ammore
si stata tu pe me...
E tu pe nu capriccio
tutto’e distrutto, ojnè
Ma Dio nun t’o perdone
chello ch’e fatto a mme!

Da allora questa canzone perseguitò Totò ad ogni sua apparizione in ristoranti e locali con musicisti dal vivo.
Femmena,
tu si na malafemmena...



venerdì 4 febbraio 2011

La Leika “Rossa”

La fotografia moderna nasce col sistema Leica 35mm che di colpo rese arcaici gli ingombranti apparecchi fotografici in uso fino ad allora. Si deve al genio meccanico di Oskar Barnack l'invenzione della piccola e maneggevole fotocamera a 35 mm che rivoluzionò il mondo della fotografia aprendo a impensati sviluppi sul piano professionale, favorendo la nascita della professione di fotoreporter così come la intendiamo ancor oggi, e su quello familiare. Affermatosi l'originale, subito nacquero le copie e i primi contraffattori furono sovietici e polacchi. Anche così, con la visiera volta al sol de l'avvenir, il Soviet la metteva in quel posto all'occidente capitalista il cui imminente tramonto assiduamente celebrava al grido di “Zdorov'e!”, nell'ebbrezza di conseguire gli obiettivi di consumo di vodka luminosamente tracciati dai piani quinquennali della Nep. Vodka, grano e carbone erano le prime fra le materie prime sovietiche: del carbone se n'occupava ufficialmente Aleksej Grigor'evič Stachanov, il grano lo mietevano i kolchoziani (prima di essere mietuti pure loro dalla grande falce), il popolo remigava sulla vodka. Il fenomeno delle copie Leica è iniziato negli anni Trenta, utilizzando come base le macchine sovietiche FED e Zorkj. Le patacche bolsceviche sono state sempre considerate le prime fotocamere replica della creatura di Barnack, apparecchi che hanno utilizzato di solito come prototipo la Leica II, copiandola in modo spudorato, strafottendosene di ogni tutela dei brevetti Leitz, arrivando a incidere a fianco del marchio Leica fregi militari nazisti (Luftwaffe, etc.) con l'unico scopo di truffare ingenui compratori, collezionisti sprovveduti che rincorrevano il colpo grosso acquistando apparecchi senza storia dalle improbabili livree in pelle azzurra, dai riflessi ottonati o nerobruniti, marchiati da croci uncinate o da coppie di “s” minacciosamente spigolose.

Il Lavabottiglie di Duchamp

Già nel 1913 ebbi la felice idea di montare una ruota di bicicletta su uno sgabello di cucina e di osservarla mentre girava. Decisamente si trattava di un’opera d’arte! A New York, nel 1915, comprai in un negozio di ferramenta una pala per spalare la neve sulla quale scrissi In advance of a broken arm. Circa in quell’epoca mi venne in mente la parola ready-made per definire questo genere di lavori”Così ebbe a dichiarare in seguito Marcel Duchamp mentre teorici dell’arte e estetologi s’arruffarono non poco i capelli nei decenni che seguirono alla ricerca di contenuti nelle sue opere che giustificassero il loro filosofare. Conoscendo personalmente Duchamp e la sua alchemica predisposizione alla provocazione, posso assicurare che avrebbero potuto spendere molte meno parole per cercare di etichettarlo! Si pensi ad esempio all’urinatoio capovolto che l’artista intitolerà Fountain, nient’altro che un'opera d'arte ludica ed ironica, ma molti critici sostengono che simboleggerebbe l'utero femminile e non a caso Duchamp l'avrebbe firmata con lo pseudonimo R. Mutt, pretesa traslitterazione evocativa del sostantivo tedesco "mutter", che significa "madre", mentre la realtà più banalmente rimandava a un produttore di sanitari... I ready-mades misero in scacco matto le categorie dell’arte con la mossa del ridicolo nella quale il pensiero artistico entrava in competizione con la velocità del gesto (Marcel Duchamp e Man Ray, sodali nell’arte e amici nella vita, avevano sempre urgenza di ritornare ad occupazioni di rito epicureo). Erano gli anni della grande esplosione creativa della "Ville Lumière". Duchamp, se non era alla Coupole a giocare a scacchi per vincere, bazzicava con Man Ray bistrot, brasserie e locali notturni di Montparnasse. Il primo lasciava in sospeso le sue partite giocate anche su scacchiere multiple, il secondo abbandonava per ore gli esperimenti sui rayogrammes nel suo studio fotografico (forse sono le impressioni fotografiche che gli sono venute meglio, aiutate dall’azzardo del caso). Alla sua prima apparizione sul palco sghembo del Jockey tutti e due misero gli occhi su Kiki de Montparnasse e con loro tutti i clienti del locale notturno, quelli in stato di coscienza, di semi incoscienza o ebbrezza profonda. Ma l'americano, più veloce d'azione che di pensiero rispetto a Duchamp, forse perché privo di retaggi classici, l'impalmò in anticipo proponendole di posare per un suo fotoritratto. Una esemplificazione della sua rivoluzionaria visione della fotografia avvenne di lì a poco nella camera di un alberghetto a fianco, partendo con l'approfondire la conoscenza del soggetto da mettere in posa. Fu così che Kiki divenne la musa ispiratrice di Man Ray e lui la dipinse e ritrasse in numerose celebri e "scandalose" foto per l'epoca, come Le violon d’Ingres. Duchamp si indispettì non poco per quella che considerava una sconfitta quasi grave come agli scacchi e ritenne di doversi vendicare del locale svitando col nettapipe le viti che reggevano un tire-buchon a manovella fissato alla parete di legno nei pressi del bancone. Come biasimarlo, si trattava in effetti di un manufatto a cremagliera di notevole fattura, impreziosito dalle casuali sbecchettature che la vernice nera mostrava per l’uso. L’oggetto, come vedremo in seguito, andò ad arricchire una particolare serie di ready-made. Nei venti anni successivi, sempre vissuti a Montparnasse, Man Ray divenne uno dei maggiori esponenti del Dadaismo e rivoluzionò l'arte fotografica. Grandi artisti dell'epoca come Gertrude Stein, James Joyce e lo stesso Duchamp, posarono per lui. Nel frattempo Kiki continuava a esibirsi al Jockey, dove ballava il can-can cantando canzoni scollacciate. Ubriaca o drogata si scordava le parole, allora risollevava l’interesse della platea saltando su un tavolo e mettendosi a gambe all’aria: Kiki non aveva mai indossato culottes e vi assicuro che era uno spettacolo di quelli che non si possono scordare. Man Ray ne era gelosissimo, finiva per picchiarla davanti a tutti, e Kiki rinforzava lo show tirandogli calci e ogni oggetto che le venisse a portata di mano, posacene ricolmi, bicchieri, piatti sporchi... Ne sono stato testimone parecchie volte, già collezionavo le opere di Man Ray e Duchamp e frequentavamo gli stessi locali (dove spesso era l’unico modo per ritrovarli). E’ questa mia conoscenza personale che mi permette ora di rivelare l’esistenza di opere diciamo pure segrete di Marcel. Il primo ready-made puro è "Bottle Rack" ("Lo scolabottiglie"), e questa è cosa arcinota. Comprato per pochi franchi nel bazar dell’Hôtel de Ville a Parigi, venne semplicemente firmato da Duchamp. Nel 1915, mentre lui era negli Stati Uniti, sua sorella decise una "pulizia generale" dello studio dell’artista, stanca di tutto quel ciarpame, così l’originale dello Scolabottiglie fu banalmente gettato nella poubelle. Duchamp al suo ritorno non solo non si irritò con la sorella, ma vide in quel gesto una conferma delle sue teorizzazioni: arte è ciò che l’artista elegge a essere tale, e lo scolabottiglie nella sua prima vita non era altro che un prodotto industriale, quindi lo sostituì poi con altro esemplare identico rifirmandolo. Quella che è nota solo a me (e all’artista ovviamente, che però nel contempo purtroppo ci ha lasciati con l’epitaffio “D’altronde sono sempre gli altri a morire!”) è l’esistenza di un ciclo di ready made in quattro opere ispirate dal magico mondo del vino:
The bottle-washer, sottotitolato “Water Flows in the Veins of Art”, capolavoro di cinetismo idraulico, manovellismi e leveraggi, una scultura che dice “Non c’è sangue nelle vene dell’arte!”;
The corking machine, questo il titolo che Duchamp attribui a quest’opera dopo averla portata a New York, l’originale era Bouche-Bouteilles (ma affettuosamente la chiamava Boucheuse). Duchamp, affascinato dalla monumentalità dell’attrezzo, convinse un vecchio vigneron bordolese a cedergliela per un chilo di foie-gras trouffée del Périgord, specialità che il villico evoluto mostrava di apprezzare voluttuosamente. Investimento ben ponderato, visti i valori di mercato che i ready made avrebbero assunto da lì a un po’. Se lo scolabottiglie dice “L’arte è ferraglia”, l’urinoir, insomma il pisciatoio capovolto, dice “L’arte è un imbroglio”, il turabottiglie di Duchamp afferma irrevocabilmente “L’art est buchonnée!”; completava il ciclo The bottle-opener (corkscrew, scrisse qualche spiccio e moderno cronista all’epoca) che liberava l’arte dal maleficio del gusto di tappo, che le precludeva ogni respiro più ampio.
Si tratta di quattro opere magistrali in cui il genio alchemico di Duchamp, grazie al gesto rapinoso di un pensiero capace di trasformare il nihil in opus, raggiunge la sommità della sua produzione artistica e dell’elaborazione concettuale.
Il bottle-opener andò smarrito in uno dei trasferimenti transoceanici dell’artista (un cameriere di cabina l’aveva imprudentemente mostrato a un maître e...), Il Lavabottiglie tutt’ora appartiene alla mia collezione mentre sul turabottiglie e sui suoi trasformismi nominali (Corking Machine, Bouche-Bouteilles o Boucheuse) ho esercitato l’arbitrio di ripercorrere a ritroso il processo creativo del Maestro, tirandolo giù dal piedistallo imbalsamatorio dei musei. Insomma ho invertito il senso del gesto del mio stimato e compianto amico Marcel per riportare alla vita, quella vera, il ready made-turabottiglie. L’ho sbattezzato insomma, tirandolo giù in cantina dall’Olimpo dell’arte. Era un Duchamp, il Turabottiglie di Duchamp, e io mi sono preso il gusto di restituirlo alle sue funzione originarie consegnandolo al mio cantiniere che, inconsapevole di manovrare un capitale, ha parecchio apprezzato il macchinario che, mi dice, ha sensibilmente migliorato le sue prestazioni imbottigliatorie riducendogli la soglia di affaticamento, quantunque un metro di misurazione di quest'ultima non sia facilmente adottabile poiché il suo stato psicofisico è costantemente determinato dalla copiosa quantità della mia produzione vitivinicola che transita attraverso il suo gargarozzo.  
Oggi, ormai raggiunta l’età in cui anche gli edifici si sgretolano, io svaporerò nel nulla e di me resterà una collezione d’arte, sparsa tra le sale del mio Château, il cui principale capolavoro è appunto “Il lavabottiglie” di Marcel Duchamp. Ma la mia opera somma, quella che nessuno scoprirà mai, è Il Turabottiglie di Duchamp, la cui parabola sublime è passata attraverso un gesto del pensiero artistico del Maestro e poi al mio gesto che ha riportato l’”opera” alle sue funzioni primarie in affidamento al mio cantiniere nelle cui mani inconsapevoli e callose, se mi sopravviverà, rimarrà.
Epigonius van Dosiris
Accademico della Filanca, fiammingo per sorte, apolide per elezione, agnostico per devozione, giramondo e artista nell’arte di collezionare vacuità

giovedì 27 gennaio 2011

E i bambini a grattugiare il parmigiano!

Di questi due stampini per cappelletti alla parmigiana uno (quello dal colore più scuro) è appartenuto a mia bisnonna Ida e mia madre lo usa ancora oggi. L’altro è una perfetta copia dell’originale, il legno di ciliegio è ancora al naturale ma la brava rezdora (come si dice a Parma) con l’uso a contatto con sfoglia e ripieno, quindi con uova farina stracotto e parmigiano, saprà fargli prendere un bel colore caldo e un’invitante patina. Tempo fa, curiosando in una stradina nel centro storico di Bologna, una di quelle un po’ curvate che non te ne lasciano intravvedere la fine, ho scoperto un anziano tornitore del legno, capelli bianchi di polvere di segatura, e gli ho fatto riprodurre diverse copie dello stampino, così, per star sicuri d’averne, ora che li posso usare, invece di stare sempre a grattugiare chili di Parmigiano... 
Il ripieno per i cappelletti di mia madre
g 800 polpa di manzo
g 400 polpa di maiale
g 200 petto di pollo
g 450  cipolle bianche   
g 250  burro                   
g 300  pangrattato        
g 700  parmigiano grattugiato      
12 uova 
1 cucchiaio di doppio concentrato di pomodoro
1 bicchiere di acqua
brodo di carne (se necessario)
sale q.b.                   
Tritare finemente le cipolle, brasarle nel burro, aggiungere la carne e ricoprire la casseruola col suo coperchio. Rosolare lentamente, a fuoco molto basso,  girando la carne di tanto in tanto controllando che non si attacchi al fondo (se necessario aggiungere un poco di brodo durante la cottura). Dopo ca. 5-6 ore aggiungere un cucchiaio di doppio concentrato di pomodoro diluito in un bicchiere d’acqua con sale. Continuare la cottura per un totale di ca. 10 ore, fino a stracuocere la carne.
Togliere la carne e tritarla molto finemente riducendola in poltiglia. Lasciare raffreddare il sugo poi metterlo in frigorifero per far rapprendere sulla superficie il grasso che andrà eliminato.
Rimettere il sugo sul fuoco e, quando sarà bollente, scottarci il pangrattato,  aggiungendone via via tanto quanto ne assorbe il condimento. Una volta raffreddato aggiungere la carne tritata, il parmigiano, noce moscata (a gusto) e le uova. Mescolare molto bene, impastando anche con le mani.
Aggiungere sale e noce moscata se necessari.
Se non viene utilizzato tutto subito il ripieno si può dividere in porzioni e mettere sottovuoto. In freezer si conserva a lungo.