domenica 28 settembre 2014
sabato 23 febbraio 2013
Il samovar di Omsk
Era
il 1990 o forse il '91, quando l'Unione Sovietica stava tirando ormai
gli ultimi, e mi trovavo a Omsk, in Siberia, in pieno dicembre, con
un freddo secco intorno ai trentacinque sotto zero. L'occasione era
un convegno internazionale con il quale il teatro sovietico iniziava
timidamente a confrontarsi con le forme di organizzazione teatrale
europee e statunitensi. Solo il mondo del teatro riusciva a mettere
in atto questo genere di trasferimenti, con quel tempo e in
quell’epoca nessuno sarebbe mai andato da quelle parti con intenti
turistici. Ufficialmente città segreta ai tempi della guerra fredda,
Omsk era nota agli aerei razzo X15 americani per via delle sue
istallazioni missilistiche con testate atomiche. All'inizio degli
anni novanta contava un milione di abitanti. Ne avessimo visto uno su
un milione in giro di notte! Sembrava una città raggelata da un
maleficio. Spettrale e muta con i battelli prigionieri del ghiaccio
sul fiume Om', noi albergati in una scuola dismessa un tempo
utilizzata per quadri del partito comunista sovietico. Il teatro
Drama era l'unico rifugio per lo spirito e per stomaci che non
avessero larghe pretese. Dopo gli spettacoli ci accoglieva la
cafeteria del teatro coi suoi frugali menu. Peraltro era
perfettamente inutile uscire di notte in una città deserta, pareva
che non ci fossero locali pubblici al di fuori dei teatri. Nel dopo
spettacolo ci era di conforto l'ufficio del direttore il quale,
beneficiando di buoni rapporti con la nomenclatura e traffici non
sempre leciti, stipava in una specie di retrobottega una quantità di
bevande e generi alimentari, anche capitalistici, da fare invidia a
un basso napoletano di Forcella del dopoguerra, quando in pieno
giorno gli scugnizzi svuotavano a mezzo i camion della Nato nel
tragitto fra il porto e la base.
In
quell'ufficio del direttore ho approfondito la mia conoscenza della
vodka.
Girando
per le strade della città siberiana, normalmente vuote anche di
giorno, un pomeriggio entrai in una specie di grande emporio statale.
La merce malamente esposta nelle vetrine non lasciava certamente
capire di quale commercio si occupasse! Dentro a questo inconsueto
spaccio c'erano grandi scaffali disadorni, al centro della sala due
piccole scrivanie dietro le quali due impiegati annotavano a mano su
grandi registri quello che le persone in coda andavano a depositare
in conto vendita. La maggior parte recava con sé balalaike,
strumenti a fiato e fisarmoniche finemente intarsiate di madreperla.
Un intero repertorio di strumenti musicali, alcuni dei quali anche
molto antichi e pregevoli, era esposto in quel luogo dalle luci
fioche. Un popolo che si priva dei suoi strumenti musicali è
costretto a rinunciare oltre all’armonia dei suoni anche a gran
parte della propria storia. Non so perché, forse per una specie di
pudore, non me la sono sentita di comprare uno di quegli strumenti.
C'era anche dell'abbigliamento piuttosto povero con qualche colbacco
dimesso, lo shapka
come lo chiamano loro; c’erano attrezzi per cucina forse
considerati superflui, quando a mia attenzione venne attratta da un
samovar che doveva avere vissuto una lunga vita prima di arrivare lì,
in quel provvisorio deposito. Cercai di figurarmi chi avesse
rinunciato al rito del tè quotidiano. Questo strumento era ogni casa
russa, urbana e contadina, nobile e proletaria. Prima dell'arrivo di
una finta modernità elettrificata l'uso del samovar a carbonella per
bollire l'acqua per il tè si era diffuso su tutto il territorio
delle russie fin dalla fine del settecento. Quel samovar piuttosto
ossidato, con una caldaia malamente incrostata di calcare, scovato in
nell'emporio mi costò tre dollari e cinquanta che i due funzionari
cambiarono con un pacchetto di un certo spessore di banconote in
rubli così fruste da sembrare carta assorbente. Mi sentivo come se
avessi compiuto un'azione di salvataggio della memoria. Il nostro
soggiorno a Omsk terminò e all'aeroporto di Sheremetyevo al momento
dell’imbarco un poliziotto addetto al controllo doganale si
irrigidì parecchio vedendo il mio samovar. Con una mimica facciale
raggelata affermò che si trattava di antikvarnoy
e che avrebbe dovuto sequestrare il pregevole arnese. A meno che non
gli fornissi solidi argomenti per chiudere un occhio sull'espatrio
effettuando ipso
facto
una transazione in rubli a suo favore, meglio se in dollari;
liberalità da compiersi con discrezione, se no avrebbe dovuto
dividere coi colleghi. Il tipo era ruvido come la sua divisa e parco
di parole ma si faceva intendere molto bene. A dargliela buona poteva
anche sembrare il custode geloso della memoria di un tempo svenduta
per pochi dollari. Forse romanzavo ma la richiesta di denaro da parte
del militare assomigliava comunque più a un atto di riparazione
verso la gloriosa storia del popolo russo che portava la mia mente in
un labirinto di domande, prima fra tutte: “Cosa può provare un
essere umano quando è costretto a privarsi di oggetti che
accompagnano la sua ritualità quotidiana fin dalla nascita? Forse
bisognerebbe chiederlo a coloro che hanno vissuto le privazioni della
seconda guerra mondiale, a quelli che l'hanno combattuta in uniforme,
a chi si è trovato costretto a lottare per la sopravvivenza
quotidiana in città, nei paesi e nelle campagne, a coloro che
l'hanno combattuta da civili per ridare dignità a un paese
oltraggiato”. Per certi versi l’Italia aveva vissuto il
passaggio dalla guerra al dopoguerra come un napoletano costretto
dall'indigenza a portare al Monte di Pietà la sua macchinetta per il
caffè e pure il macinino quando il caffè tornava a riprendere il
suo posto nelle case degli italiani dopo tanti succedanei, nel
migliore dei casi orzo e cicoria tostati, o come un parmigiano
privato della sua grattugia per il formaggio; le magiche scatole in
legno con un rullo dentato e una manovella tramandate per generazioni
e sapientemente usate per trasformare le scaglie di Parmigiano in
“segatura nobile” fondamentale per i cappelletti in brodo.
Così
deve essere per la donna che viene da noi a fare le pulizie di casa,
nata e vissuta in Ucraina. Per lei ci sono pochi capisaldi nella sua
nuova vita in Italia: ai marocchini puzzano le ascelle, specialmente
a quelli che prendono l'autobus d'estate, i moldavi sono furbi, ladri
e imbroglioni, come gli zingari, sopratutto il mio samovar è brutto,
anche se io l'ho tutto lucidato! E' nichelato e funziona ancora a
carbone, adesso nella sua patria d’origine li fanno belli cromati e
elettrici. La prima volta che la donna di servizio ucraina è
arrivata in casa nostra ha osservato da lontano con diffidenza il
vecchio arnese per scaldare l’acqua poi, appena ha potuto, l'ha
scrutato da vicino e ha visto il timbro inciso in cirillico che
recita “Samovara Lenina Fabrika”, come a certificare che si
trattava proprio di uno spregevole rottame proveniente dal defunto
impero bolscevico.
martedì 5 febbraio 2013
La Berkel di Piletti
Prima
arrivava il rombo della doppia marmitta, poi appariva il celeste
dell'Abarth 750 Sport. Dalla portiera controvento Piletti scendeva
per aprire bottega, sempre puntuale. Magro, berretto all’inglese,
naso alla Coppi, per tutti era Piletti il bottegaio e basta, non ho
mai sentito nessuno chiamarlo per nome, neanche sua moglie. Noi
bambini passavamo di lì per andare a scuola e ci lustravamo gli
occhi nel contrasto fra quel celeste così infantile e gli interni
rossi, da vera vettura sportiva. Piletti ci teneva alla sua macchina,
non l'ho mai vista sporca, nemmeno nelle giornate di maltempo, così
come teneva alla sua bottega. Entrarci era come inoltrarsi nel regno
dei profumi e dei colori. A destra un'intera parete di cassetti con
oblò in vetro mostrava ogni formato di pasta in vendita sfusa, uno
ne poteva comprare anche un etto. Farine e zucchero stavano nel
retrobottega, in grandi sacchi da cinquanta chili. Lo zucchero lo
incartava in fogli di carta blu, mai più rivista (color “carta da
zucchero”, si diceva), la farina in carta bianca. La carta oleata
gli serviva per gli affettati e il formaggio, cioè il Parmigiano che
si meritava un incarto finale nella gialla carta di mais. Altre
sottospecie di formaggi lui non li teneva, il Belpaese e il
formaggino Mio li vendeva la lattaia a fianco, con la cotognata,
rotolini e scarafaggi di liquirizia, mentine colorate e il latte
della Centrale, nelle bottiglie di vetro.
I
sacchetti di carta color nocciola servivano solo per il pane, appena
si arrivava a casa venivano “stirati”, piegati ed erano buoni per
un altro servizio. Farine, zucchero, le cose in polvere ma anche il
caffè in grani Piletti aveva un suo metodo per incartarli senza che
si disperdessero nella borsa della spesa: disponeva la carta sul
piatto della bilancia, al centro ci versava il prodotto con una
paletta in alluminio poi ripiegava il foglio fino a farne combaciare
i lembi e dagli angoli cominciava a seguirne i bordi creando con i
medi delle piccole pieghe a triangolo che via via premeva fra i
pollici e gli indici, concatenando i triangolini fino a risalire in
cima a creare una curva per poi rinserrare bene al centro l'ultima
apertura, come una borsetta. In realtà ci ho messo più tempo io a
descriverlo di quanto ci mettesse lui a farlo. Poi è facile, l'avevo
imparato anch'io. E' una tecnica che sorprendentemente ho riscoperto
in Argentina dove con quel metodo ci sigillano la pasta delle
empanadas. In uno sgabuzzino separato stavano i sacchetti di lisciva
e perborato, poi di lì a poco, ambasciatori del progresso, sarebbero
arrivati il Tide e Persil “Vale un tesoro” ma soprattutto “Ava,
come lava! Con perborato stabilizzato”, che nessuno capiva cosa
volesse dire ma se lo diceva Calimero c'era da crederci. Col
progresso arrivarono i punti, le figurine della Mira Lanza, i
giocattolini che profumavano di Tide e una cascata di gettoni d'oro
del Persil, che ne avessi visto uno... Spezie, cacao, caffè in grani
(allora ognuno se lo macinava in casa) erano in mostra in grandi vasi
di vetro su un ripiano in parete, dietro il bancone. Anche il pane
trovava posto dietro il bancone, in cassoni aperti da dove spandeva
la sua fragranza. Il bancone, ecco, quello era un capolavoro
monumentale che a noi bambini incuteva soggezione: alto, in legno
scuro, con montanti in rilievo e capitelli che portavano uno spesso
piano in marmo sul quale Piletti faceva troneggiare due enormi
affettatrici affiancate da due bilance con tante di quelle scale di
numeri da sembrare due stele geroglifiche. Gli apparecchi erano tutti
e quattro rossi, di un inconfondibile rosso Berkel, ed erano
sovrastati da una barra d'acciaio cromato con dei ganci dai quali
pendevano i prosciutti di Langhirano, vero attestato di opulenza
della bottega. Noi bambini non si arrivava al piano di marmo, così
eravamo costretti a guardare in alto, verso le macchine affettatrici
che erano ancora più in alto sul piano, e Piletti solo le sovrastava
perché lui stava su una pedana rialzata dalla quale dirigeva il
traffico delle massaie. Noi bambini eravamo una minoranza a fare la
spesa. Io restavo lì incantato a godermi lo spettacolo del
prosciutto che volteggiava fra le mani del bottegaio fino a rimanere
imprigionato fra i denti del carrello di un'affettatrice, mentre la
lama dell'altra era già pronta ad attaccare una mortadella e
pancetta, salame e coppa erano lì a fianco che aspettavano la loro
estrazione a sorte. La spesa si faceva pensando al borsellino ma
quasi nessuno pagava in contanti, tutti portavano con loro “il
libretto”, un quadernetto in carta riciclata fornito a ogni
famiglia dal bottegaio sul quale lui stesso annotava ogni spesa
giornaliera. Allora gli stipendi arrivavano il 27 di ogni mese, in
quella data ciascuno andava a chiudere la mesata. Regolati i conti,
Piletti barrava la colonna di cifre con un tratto di penna in
diagonale e apriva il nuovo mese. La biro tornava poi a infilarla
sull'orecchio destro, appena sotto la bustina in tela bianca, in
bottega il suo berretto d’ordinanza, che pubblicizzava un qualche
salumificio di Langhirano.
A
dieci anni decisi che sarebbe stata mia una di quelle affettatrici,
lustre di smalto con scritte e fregi dorati, rostri nichelati e
cromature a specchio, volano e poi manette e manovelle che sgranavano
il tempo fra una fetta e l'altra mentre il grande disco con un sibilo
affilato sfogliava i salumi come pagine dell'enciclopedia universale
dei profumi e dei sapori della mia infanzia. Da “grande” ho
sempre rincorso l’atmosfera di quella bottega e quei profumi
seguendone le tracce in un labirinto che un giorno mi ha fatto
capitare proprio dove una delle due Berkel di Piletti era stata
abbandonata in un sottoscala, pietosamente coperta con la juta di un
vecchio sacco da farina.
mercoledì 9 gennaio 2013
Ammazza la vecchia col Flit!
Ecco
io non ce l’ho mica contro le mosche solo che proprio non le posso
sopportare che in estate entrano dappertutto ma sono troppe e a cosa
servono io le detesto come dice il mio babbo che neanche lui le può
soffrire ma dice che con tutte quelle mosche intorno si sente come
una merda di vacca! Lo so che i bambini non devono dire le parolacce
ma pensare le possono pensare che i pensieri non son mica trasparenti
e uno ci può vedere dentro e dire tu hai pensato una parolaccia che
schifo! io le penso e le scrivo, così mi ricordo come si fa e ci ho
tutto un elenco di parolacce scritte che qualcuna le ho sentite dai
miei compagni come culo pistolino e passerina ma le più forti le
raccolgo al mercato che ci vado con la mia bisnonna a fare la spesa e
le ho divise in due colonne: quelle dei fruttaroli che sono molto
fiorite perché loro ci sono abituati alla natura e quelle dei pollai
che sono quei signori che vendono i polli morti che quelli vivi non è
facile convincerli a farsi tagliare a tocchi ma le sue signore dei
pollai quelle parole non le dicono che non sta bene e non fumano
neanche ma le loro sigarette se le fumano tutte i suoi mariti che
sarà per via del fumo che gli viene una bella fantasia a inventarsi
le parolacce. Qualche volta si sentono anche delle belle madonne tipo
quando a uno ci fanno cascare una cassetta di patate sui duroni che
non son mica le ciliegie di quelle più buone che a mangiarne un
chilo si può anche morire ma sono i suoi calli di quel tipo lì che
lo fanno bestemmiare se ce li pestano. Ma però le madonne io non me
le scrivo che non ha senso parlare male degli animali che ci hanno
anche loro i suoi pensieri e magari ci hanno anche i calli che ci
fanno male e sicuro se anche sapessero parlare mica griderebbero
diouomo o donnamadonna! ma il più bestiale di tutti è il tripparo
del mercato che come dice la mia bisnonna le spara proprio grasse che
lui nella cacca ci lavora tutto il santogiorno ma le signore anche
quelle col collo di pelliccia che la mia bisnonna dice che è tutto
coniglio ma comunque le signore quelle con le sporte a rete e quelle
ricche con le borse di pelle si fermano davanti al suo banco a ridere
con una mano davanti alla bocca che qualcheduna non so perché
finisce che piange e dice oddìo mammamìa mi scappa quasi perché il
tripparo ci piace di avere un suo pubblico femminile e si gasa per
quello anche se forse non si scrive così.
Alla
fine mi sono perso dietro alle parole che è come lasciare aperta la
finestra alla fantasia ma non come a scuola che il maestro ti
controlla tutto e ti dice cosa stai pensando che non segui la
lezione.
Ma
mi sono ritrovato. Le mosche!
Mosche
in cucina sulla tovaglia incerata e sulle sedie, un tappeto di mosche
morte sparse come le figurine sul pavimento quando gioco a
puntinissima ma qui sono punti neri da schivare saltellando a
zoppagallina prima su un piede poi su l’altro che non mi da
fastidio il croc delle mosche quando le schiacci ma perché si
spatassano sotto le suole che quello è uno schifo davvero!
Adesso
vi dico com’è che io gli sparo il Flit in aria che sembra nebbia e
gli canto quel motivetto dell'aradio che fa ammazza
la mosca col flit! ma
qualche spiritosone dei miei amici dicono ammazza
la vecchia col flit! che
poi bisogna rispondergli e
se non muore col gas! che
questa risposta è uguale anche per le mosche ma quelle non fanno il
coro e stecchite in volo cadono a piombo con un piccolo rumore quando
toccano il pavimento che noi bambini lo sentiamo ma abbiamo le
orecchie buone mica come quelle della mia bisnonna e le mosche sembra
che non si accorgono nemmeno che finisce il loro tempo di volare.
Qualcheduna atterra sulle zampe e fa qualche tentativo di tornare a
volare ma poi decide che è meglio camminare ma poco e si arrende e
si appoggia su un fianco ma finisce che tira le ultime zampettate
all'aria.
La
mia mamma dice che il Flit è un veleno ma bisognerebbe usarlo anche
con attenzione che non si sa mica bene che cosa vuole dire ma siccome
che le mosche muoiono tutte ma anche le zanzare vuol dire che quella
nebbiolina puzzolente è di quelle che fanno male al nemico che nel
nostro caso son le mosche ma anche le zanzare che poi sono anche
peggio delle mosche che un conto è pizzicare altro è pungere. Il
droghiere il Flit lo chiama DDT ma lo vende a bottiglioni che tanto a
nessuno ci viene in mente di berlo che allora sì che muoiono anche
gli uomini. Il droghiere vende tutto nei bottiglioni che dice che
sono la sua unità di misura: la lisciva no che quella è in polvere
ma varecchina per i bucati innevati sì e glicerina per i geloni
invernali acido muriatico per sturare lavandini ma il Flit è la sua
specialità che infatti il bottegaio non la vende mica. Lui dice che
non fa mica male agli uomini che se facesse male non lo venderebbe.
Come il ferramenta che vende chiodi bulloni e amianto, un materiale
così speciale che se ci fai un paio di mutande allora ti puoi sedere
anche sulla cucina economica accesa che non ti bruci neanche le
chiappe ma comunque io non capisco perché mai a uno ci debba venite
la voglia di mettersi a sedere proprio sulla cucina economica che al
nonno ci serve da arrostire la polenta.
FINE
DELLA STORIA scritta e pensata da me
NOTE
DEL LETTORE PIÙ VECCHIO
Ammazza
la mosca col flit è
un tormentone divenuto popolare in Italia nel primo dopoguerra grazie
alla pubblicità radiofonica del Flit, ovvero il DDT, insetticida
d’uso comune nella case degli italiani che lo nebulizzavano con uno
spruzzatore a stantuffo chiamato anch’esso per estensione Flit. Il
cabaret se ne appropriò trasformandolo in un botta e risposta
goliardico con cui spesso si chiudevano le gag:
Ammazza
la vecchia col Flit!
E
se non muore,... col gas!
La
notorietà fu favorita dall’orecchiabilità di un motivetto in
stile “comica finale”, due battute con sette note, da tempo molto
famoso negli Stati Uniti, Shave
and a Haircut, Two Bits
dove
"Two bits” è un arcaismo che negli USA richiama i 25 cent, “a
quarter dollar”. Come dire: “Barba e capelli, due soldi”.
La
prima apparizione di questo motivo fu in un brano di Charles Hale del
1899, “At a Darktown Cakeworld”, ma l’accattivante simpatia
“virale” della piccola melodia la fece entrar nel repertorio di
molti musicisti come apertura e ancor di più come sigillo ironico
trasversale dal jazz, rag, bluegrass fino al rock, riconoscibile in
composizioni di Bill Murray, Dave Brubeck, Bo Diddley,...
Poi
“Shave and a haircut” entrò nella sigla dei cartoon Looney Tunes
della Warner Bros (Bugs Bunny, Duffy Duck, Titti,...) così il motivo
dilagò per il mondo fino a diventare il suono irridente delle trombe
di tante automobili e perfino un modo spiritoso di bussare alla
porta.
“Chi
ha incastrato Roger Rabbit” lo riprese e lo rilanciò alle nuove
generazioni alla fine degli anni ottanta.
Flit
in inglese è “svolazzare” ma era anche l'abbreviazione di
fly-tox (veleno per mosche), col tempo diventato un comune
riferimento al primo e più diffuso degli insetticidi moderni, il
DDT, acronimo di Dicloro-Difenil-Tricloroetano.
Il
DDT
fu
utilizzato in modo intensivo su scala mondiale per debellare la
zanzara anofele, portatrice della malaria, ma anche le pulci
portatrici del tifo. Negli anni cinquanta Food and Drug
Administration avanzò i primi dubbi sui rischi di cancerogenicità
del prodotto per l'uomo. All'inizio degli anni settanta il DDT venne
proibito negli Stati Uniti, alla fine della decade lo fu anche in
Italia. È stato provato che il DDT è un inquinante organico
persistente altamente resistente nell'ambiente ma anche negli animali
e negli esseri umani attraverso la catena alimentare.
Amianto.
Per
lui parlano i morti, quelli che son già morti e quelli che moriranno
nei prossimi decenni.
martedì 31 gennaio 2012
Lo squillo della maîtresse
Per
carità, non mi fate la morale! Alla mia età i ricordi risalgono a
fatti oramai andati in prescrizione, così come la mia voce irrochita
rimonta quei ricordi col gorgogliare preistorico di un geyser. Ho
imparato a frequentare le case da ragazzo, ho continuato da giovane e
proseguito fin che ho potuto e continuerei ancora oggi se la
Senatrice Merlin non me le avesse abolite! Io ero conosciuto in tutte
le case chiuse di Bologna. Eran diciotto o venti, le visitavo a
rotazione, quelle di lusso, frequentate dalla Bologna bene,
professionisti, professori universitari, come la casa di Via
dell'Orso, fino ai casini della zona dei Mirasoli, dietro il
tribunale, con il più economico che in Vicolo del Falcone attirava i
facchini della Piccola con tariffe ridotte a Lire 5 per la Semplice,
10 per la Doppia, 15 per la Mezz'ora e 30 per l'Ora (che valeva la
fatica e il costo di una settimana di lavoro). Andavo a prendere il
caffè in Via Piella dove operava La Francese, l'aperitivo in Via
delle Oche che alternava un repertorio esotico con l'Abissina, la
Tripolina e la Bella Giarabub, perdevo il respiro con Mimì Bluette
in Via Malcontenti, salutavo la Wanda, tenutaria di Via Polese,
passavo in repertorio l'ultima quindicina in Via dell'Unione, correvo
a cavallo della mia Bianchi in Via di Porta di Castello e poi in Via
Bertolani. Ero giovane, ecco cos'ero! Postriboli, lupanari, bordelli
- li chiamavano - casotti, casini, case chiuse, case di tolleranza,
case di meretricio, case d'appuntamento: lì dentro c'era la parte
bassa dei nostri sogni fatta carne. E alla mezzanotte del 19
settembre del 1958 questi sogni si sarebbero trasformati in memorie!
per quello pedalavo, per ricordarmeli tutti. Davanti ai casini più
belli i goliardi celebravano finte esequie con i ceri presi a
prestito nelle chiese vicine; dentro i clienti più assidui davano
l'addio alle signorine con il modo che meglio conoscevano, immersi
nel fumo denso dei salotti. Raccogliendo le ultime marchette le
“pensionanti” piangevano e ridevano: finiva la vita, cominciava
la vita... Ultima mia tappa prima di mezzanotte dalla Marisona, che
aveva due tette che ci volevano due tende di Menelik per contenerle,
non piangeva né rideva lei, solo guardava lontano come se oltre la
nebbia di quella notte ci fosse una qualche luce. E divideva gli
incassi della sera con tutte le ragazze. Le chiesi in ricordo il
campanello con cui chiamava in rassegna le pensionanti della nuova
quindicina per l'affezionata clientela. Ogni tanto lo suono ancora
per me quel campanello che richiama sogni senza più carne, ora che
neanche l'elastico delle mutande mi tira più – con rispetto
parlando – e se una vecchia sposa maliziosa mi offrisse le sue
grazie sarebbe come pane croccante per uno sdentato: un'inutile,
oltraggiosa forma di beneficenza.
giovedì 19 gennaio 2012
Berta filava una stupida fòla
Io
mica ci credo alle fòle,... provateci voi a passare le sere
nella stalla a filare il canapone che viene il callo nel pollice e taglia la pelle dell'indice fino a sanguinare - pensava
Berta mentre sua madre inventava le fortune che le sarebbero venute in futuro.
Tutte
fòle, io non ci casco! Il bello arriva sempre alla fine, mica quando
ne hai bisogno. Così noi restiamo qui a filare fame e pellagra e la
mamma a condire le sue storie come polenta con bucce di patate... Che
poi non c'abbiamo neanche un filarino bello e comodo, solo questo di
legno di pioppo che ha fatto il babbo, col legno che non è buono
neanche da bruciare, che ci fanno le cassetta da frutta. Il faggio
che abbiamo tagliato l'anno scorso l'abbiamo messo a stagionare
perché il mio babbo ci farà le sedie nuove che le nostre oramai son
tutte scalcagnate.
La
sera il babbo munge poi rifà la lettiera alle vacche, la mamma
rammenda e mette le pezze a braghe e camicie, e s'inventa storie.
Nella stalla c'è il caldo delle mucche, il loro odore, la casa è
fredda come il bosco, solo i letti sono isole bollenti con la
brace del prete.
Io
non so ancora scrivere per potere ricordare i miei pensieri, ma un
giorno lo farò. Ora mi girano nella testa, le parole rimbalzano ma
non ne viene fuori niente, neanche un suono... La
mia maestra dice che le storie della mamma sono vere, che un tempo
c'era l’età feudale che i territori erano dominati da signorotti
con il potere assoluto con ingiustizie e prepotenze. Insomma come oggi...
La
mamma dice che tanti secoli fa una ragazza contadina che si chiamava
Berta come me era così brava a filare un filo di lino così fino che
in un rocchetto ce ne stava tanto da circondare dei campi
interi.
E
venne per quelle terre il re imperatore germanico Enrico IV della
Franconia. Un tipo mica facile, che gli piaceva litigare con il Papa
settimo col nome di Gregorio, così quello lo mise al suo posto con
la scomunica, e il re andò a chiedergli perdono in ginocchio a
Canossa, un castellotto che era su una collina da niente in provincia
di Reggio nell'Emilia, ma con il Papa diventava una montagna
difficile da scalare. Fu così che dopo tre giorni di penitenza del
re imperatore il Papa lo perdonò. Ma Enrico IV ci ricascò a litigar
col Papa che lo scomunicò nuovamente e lui per vendetta creò un
antipapa, che faceva lo stesso mestiere del Papa però
all'incontrario...
Poi
Enrico il quarto andò a conquistare Roma e al ritorno accompagnato
dalla moglie, la signora regina Bertha, si fermò a Padova a cambiare
le acque alle terme, ospite dei Signori di Montegrotto.
In
loro onore fu preparata una cena al castello e i contadini delle
contrade portarono i loro doni, proprio come adesso che i poveri si
occupano del benessere dei ricchi.
Anche
Berta una giovane contadina portò in dono tutto quello che aveva: un
gomitolo di filo di lino talmente fine che la regina non ne aveva mai
visto uno simile. Il desiderio di Berta era che venisse liberato
Raniero, il suo innamorato ingiustamente imprigionato. Nelle favole
la regina si commuove sempre così concesse la grazia a Raniero e
decise di assegnare alla contadina tanta terra quanta ne poteva
contenere il filo donatole.
Quando
le fanciulle delle contrade vennero a conoscenza del fatto, si
precipitarono anche loro dalla regina con il loro filo, ma la bravura
come la fortuna non sta dalla parte di tutti e poi mica si poteva
privare il signorotto di Montegrotto di tutte le sue terre per fare
contente delle contadine, così a tutte Bertha rispondeva “Non è
più il tempo che Berta filava”.
Berta
filava – racconta la fòla della mamma – filava un filo così
fino che in un rocchetto ce ne stava a sufficienza per circondare
alcune biolche di terreno.
Berta
filava solo una stupida favola che ricominciava sempre uguale come
quella dell'oca:
“La
fòla dell'oca
l'è
bela s'lè poca.
T'l'hoi
da contèr?
Vat'
a mazèr!
La
fola dell'oca / è bella se è poca / te la devo contare? / vatti a
ammazzare!
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