venerdì 4 febbraio 2011

La Leika “Rossa”

La fotografia moderna nasce col sistema Leica 35mm che di colpo rese arcaici gli ingombranti apparecchi fotografici in uso fino ad allora. Si deve al genio meccanico di Oskar Barnack l'invenzione della piccola e maneggevole fotocamera a 35 mm che rivoluzionò il mondo della fotografia aprendo a impensati sviluppi sul piano professionale, favorendo la nascita della professione di fotoreporter così come la intendiamo ancor oggi, e su quello familiare. Affermatosi l'originale, subito nacquero le copie e i primi contraffattori furono sovietici e polacchi. Anche così, con la visiera volta al sol de l'avvenir, il Soviet la metteva in quel posto all'occidente capitalista il cui imminente tramonto assiduamente celebrava al grido di “Zdorov'e!”, nell'ebbrezza di conseguire gli obiettivi di consumo di vodka luminosamente tracciati dai piani quinquennali della Nep. Vodka, grano e carbone erano le prime fra le materie prime sovietiche: del carbone se n'occupava ufficialmente Aleksej Grigor'evič Stachanov, il grano lo mietevano i kolchoziani (prima di essere mietuti pure loro dalla grande falce), il popolo remigava sulla vodka. Il fenomeno delle copie Leica è iniziato negli anni Trenta, utilizzando come base le macchine sovietiche FED e Zorkj. Le patacche bolsceviche sono state sempre considerate le prime fotocamere replica della creatura di Barnack, apparecchi che hanno utilizzato di solito come prototipo la Leica II, copiandola in modo spudorato, strafottendosene di ogni tutela dei brevetti Leitz, arrivando a incidere a fianco del marchio Leica fregi militari nazisti (Luftwaffe, etc.) con l'unico scopo di truffare ingenui compratori, collezionisti sprovveduti che rincorrevano il colpo grosso acquistando apparecchi senza storia dalle improbabili livree in pelle azzurra, dai riflessi ottonati o nerobruniti, marchiati da croci uncinate o da coppie di “s” minacciosamente spigolose.

Il Lavabottiglie di Duchamp

Già nel 1913 ebbi la felice idea di montare una ruota di bicicletta su uno sgabello di cucina e di osservarla mentre girava. Decisamente si trattava di un’opera d’arte! A New York, nel 1915, comprai in un negozio di ferramenta una pala per spalare la neve sulla quale scrissi In advance of a broken arm. Circa in quell’epoca mi venne in mente la parola ready-made per definire questo genere di lavori”Così ebbe a dichiarare in seguito Marcel Duchamp mentre teorici dell’arte e estetologi s’arruffarono non poco i capelli nei decenni che seguirono alla ricerca di contenuti nelle sue opere che giustificassero il loro filosofare. Conoscendo personalmente Duchamp e la sua alchemica predisposizione alla provocazione, posso assicurare che avrebbero potuto spendere molte meno parole per cercare di etichettarlo! Si pensi ad esempio all’urinatoio capovolto che l’artista intitolerà Fountain, nient’altro che un'opera d'arte ludica ed ironica, ma molti critici sostengono che simboleggerebbe l'utero femminile e non a caso Duchamp l'avrebbe firmata con lo pseudonimo R. Mutt, pretesa traslitterazione evocativa del sostantivo tedesco "mutter", che significa "madre", mentre la realtà più banalmente rimandava a un produttore di sanitari... I ready-mades misero in scacco matto le categorie dell’arte con la mossa del ridicolo nella quale il pensiero artistico entrava in competizione con la velocità del gesto (Marcel Duchamp e Man Ray, sodali nell’arte e amici nella vita, avevano sempre urgenza di ritornare ad occupazioni di rito epicureo). Erano gli anni della grande esplosione creativa della "Ville Lumière". Duchamp, se non era alla Coupole a giocare a scacchi per vincere, bazzicava con Man Ray bistrot, brasserie e locali notturni di Montparnasse. Il primo lasciava in sospeso le sue partite giocate anche su scacchiere multiple, il secondo abbandonava per ore gli esperimenti sui rayogrammes nel suo studio fotografico (forse sono le impressioni fotografiche che gli sono venute meglio, aiutate dall’azzardo del caso). Alla sua prima apparizione sul palco sghembo del Jockey tutti e due misero gli occhi su Kiki de Montparnasse e con loro tutti i clienti del locale notturno, quelli in stato di coscienza, di semi incoscienza o ebbrezza profonda. Ma l'americano, più veloce d'azione che di pensiero rispetto a Duchamp, forse perché privo di retaggi classici, l'impalmò in anticipo proponendole di posare per un suo fotoritratto. Una esemplificazione della sua rivoluzionaria visione della fotografia avvenne di lì a poco nella camera di un alberghetto a fianco, partendo con l'approfondire la conoscenza del soggetto da mettere in posa. Fu così che Kiki divenne la musa ispiratrice di Man Ray e lui la dipinse e ritrasse in numerose celebri e "scandalose" foto per l'epoca, come Le violon d’Ingres. Duchamp si indispettì non poco per quella che considerava una sconfitta quasi grave come agli scacchi e ritenne di doversi vendicare del locale svitando col nettapipe le viti che reggevano un tire-buchon a manovella fissato alla parete di legno nei pressi del bancone. Come biasimarlo, si trattava in effetti di un manufatto a cremagliera di notevole fattura, impreziosito dalle casuali sbecchettature che la vernice nera mostrava per l’uso. L’oggetto, come vedremo in seguito, andò ad arricchire una particolare serie di ready-made. Nei venti anni successivi, sempre vissuti a Montparnasse, Man Ray divenne uno dei maggiori esponenti del Dadaismo e rivoluzionò l'arte fotografica. Grandi artisti dell'epoca come Gertrude Stein, James Joyce e lo stesso Duchamp, posarono per lui. Nel frattempo Kiki continuava a esibirsi al Jockey, dove ballava il can-can cantando canzoni scollacciate. Ubriaca o drogata si scordava le parole, allora risollevava l’interesse della platea saltando su un tavolo e mettendosi a gambe all’aria: Kiki non aveva mai indossato culottes e vi assicuro che era uno spettacolo di quelli che non si possono scordare. Man Ray ne era gelosissimo, finiva per picchiarla davanti a tutti, e Kiki rinforzava lo show tirandogli calci e ogni oggetto che le venisse a portata di mano, posacene ricolmi, bicchieri, piatti sporchi... Ne sono stato testimone parecchie volte, già collezionavo le opere di Man Ray e Duchamp e frequentavamo gli stessi locali (dove spesso era l’unico modo per ritrovarli). E’ questa mia conoscenza personale che mi permette ora di rivelare l’esistenza di opere diciamo pure segrete di Marcel. Il primo ready-made puro è "Bottle Rack" ("Lo scolabottiglie"), e questa è cosa arcinota. Comprato per pochi franchi nel bazar dell’Hôtel de Ville a Parigi, venne semplicemente firmato da Duchamp. Nel 1915, mentre lui era negli Stati Uniti, sua sorella decise una "pulizia generale" dello studio dell’artista, stanca di tutto quel ciarpame, così l’originale dello Scolabottiglie fu banalmente gettato nella poubelle. Duchamp al suo ritorno non solo non si irritò con la sorella, ma vide in quel gesto una conferma delle sue teorizzazioni: arte è ciò che l’artista elegge a essere tale, e lo scolabottiglie nella sua prima vita non era altro che un prodotto industriale, quindi lo sostituì poi con altro esemplare identico rifirmandolo. Quella che è nota solo a me (e all’artista ovviamente, che però nel contempo purtroppo ci ha lasciati con l’epitaffio “D’altronde sono sempre gli altri a morire!”) è l’esistenza di un ciclo di ready made in quattro opere ispirate dal magico mondo del vino:
The bottle-washer, sottotitolato “Water Flows in the Veins of Art”, capolavoro di cinetismo idraulico, manovellismi e leveraggi, una scultura che dice “Non c’è sangue nelle vene dell’arte!”;
The corking machine, questo il titolo che Duchamp attribui a quest’opera dopo averla portata a New York, l’originale era Bouche-Bouteilles (ma affettuosamente la chiamava Boucheuse). Duchamp, affascinato dalla monumentalità dell’attrezzo, convinse un vecchio vigneron bordolese a cedergliela per un chilo di foie-gras trouffée del Périgord, specialità che il villico evoluto mostrava di apprezzare voluttuosamente. Investimento ben ponderato, visti i valori di mercato che i ready made avrebbero assunto da lì a un po’. Se lo scolabottiglie dice “L’arte è ferraglia”, l’urinoir, insomma il pisciatoio capovolto, dice “L’arte è un imbroglio”, il turabottiglie di Duchamp afferma irrevocabilmente “L’art est buchonnée!”; completava il ciclo The bottle-opener (corkscrew, scrisse qualche spiccio e moderno cronista all’epoca) che liberava l’arte dal maleficio del gusto di tappo, che le precludeva ogni respiro più ampio.
Si tratta di quattro opere magistrali in cui il genio alchemico di Duchamp, grazie al gesto rapinoso di un pensiero capace di trasformare il nihil in opus, raggiunge la sommità della sua produzione artistica e dell’elaborazione concettuale.
Il bottle-opener andò smarrito in uno dei trasferimenti transoceanici dell’artista (un cameriere di cabina l’aveva imprudentemente mostrato a un maître e...), Il Lavabottiglie tutt’ora appartiene alla mia collezione mentre sul turabottiglie e sui suoi trasformismi nominali (Corking Machine, Bouche-Bouteilles o Boucheuse) ho esercitato l’arbitrio di ripercorrere a ritroso il processo creativo del Maestro, tirandolo giù dal piedistallo imbalsamatorio dei musei. Insomma ho invertito il senso del gesto del mio stimato e compianto amico Marcel per riportare alla vita, quella vera, il ready made-turabottiglie. L’ho sbattezzato insomma, tirandolo giù in cantina dall’Olimpo dell’arte. Era un Duchamp, il Turabottiglie di Duchamp, e io mi sono preso il gusto di restituirlo alle sue funzione originarie consegnandolo al mio cantiniere che, inconsapevole di manovrare un capitale, ha parecchio apprezzato il macchinario che, mi dice, ha sensibilmente migliorato le sue prestazioni imbottigliatorie riducendogli la soglia di affaticamento, quantunque un metro di misurazione di quest'ultima non sia facilmente adottabile poiché il suo stato psicofisico è costantemente determinato dalla copiosa quantità della mia produzione vitivinicola che transita attraverso il suo gargarozzo.  
Oggi, ormai raggiunta l’età in cui anche gli edifici si sgretolano, io svaporerò nel nulla e di me resterà una collezione d’arte, sparsa tra le sale del mio Château, il cui principale capolavoro è appunto “Il lavabottiglie” di Marcel Duchamp. Ma la mia opera somma, quella che nessuno scoprirà mai, è Il Turabottiglie di Duchamp, la cui parabola sublime è passata attraverso un gesto del pensiero artistico del Maestro e poi al mio gesto che ha riportato l’”opera” alle sue funzioni primarie in affidamento al mio cantiniere nelle cui mani inconsapevoli e callose, se mi sopravviverà, rimarrà.
Epigonius van Dosiris
Accademico della Filanca, fiammingo per sorte, apolide per elezione, agnostico per devozione, giramondo e artista nell’arte di collezionare vacuità

giovedì 27 gennaio 2011

E i bambini a grattugiare il parmigiano!

Di questi due stampini per cappelletti alla parmigiana uno (quello dal colore più scuro) è appartenuto a mia bisnonna Ida e mia madre lo usa ancora oggi. L’altro è una perfetta copia dell’originale, il legno di ciliegio è ancora al naturale ma la brava rezdora (come si dice a Parma) con l’uso a contatto con sfoglia e ripieno, quindi con uova farina stracotto e parmigiano, saprà fargli prendere un bel colore caldo e un’invitante patina. Tempo fa, curiosando in una stradina nel centro storico di Bologna, una di quelle un po’ curvate che non te ne lasciano intravvedere la fine, ho scoperto un anziano tornitore del legno, capelli bianchi di polvere di segatura, e gli ho fatto riprodurre diverse copie dello stampino, così, per star sicuri d’averne, ora che li posso usare, invece di stare sempre a grattugiare chili di Parmigiano... 
Il ripieno per i cappelletti di mia madre
g 800 polpa di manzo
g 400 polpa di maiale
g 200 petto di pollo
g 450  cipolle bianche   
g 250  burro                   
g 300  pangrattato        
g 700  parmigiano grattugiato      
12 uova 
1 cucchiaio di doppio concentrato di pomodoro
1 bicchiere di acqua
brodo di carne (se necessario)
sale q.b.                   
Tritare finemente le cipolle, brasarle nel burro, aggiungere la carne e ricoprire la casseruola col suo coperchio. Rosolare lentamente, a fuoco molto basso,  girando la carne di tanto in tanto controllando che non si attacchi al fondo (se necessario aggiungere un poco di brodo durante la cottura). Dopo ca. 5-6 ore aggiungere un cucchiaio di doppio concentrato di pomodoro diluito in un bicchiere d’acqua con sale. Continuare la cottura per un totale di ca. 10 ore, fino a stracuocere la carne.
Togliere la carne e tritarla molto finemente riducendola in poltiglia. Lasciare raffreddare il sugo poi metterlo in frigorifero per far rapprendere sulla superficie il grasso che andrà eliminato.
Rimettere il sugo sul fuoco e, quando sarà bollente, scottarci il pangrattato,  aggiungendone via via tanto quanto ne assorbe il condimento. Una volta raffreddato aggiungere la carne tritata, il parmigiano, noce moscata (a gusto) e le uova. Mescolare molto bene, impastando anche con le mani.
Aggiungere sale e noce moscata se necessari.
Se non viene utilizzato tutto subito il ripieno si può dividere in porzioni e mettere sottovuoto. In freezer si conserva a lungo.

Il quaderno di Camastra


Camastra, 12 dicembre 1932. Anno X dell'Era Fascista. 
Io mi chiamo Incardona Rosa, conto 10 anni e frequento la classe quarta. Nacqui a Camastra nel 1922 quando contava 3.050 abitanti che io non li ho contati , un paese collocato in una fertile pianura, con attorno i monti Castellaccio, Mintina e Badia, a 20 km dalla "Valle dei Templi" di Agrigento, provincia di Agrigento, non lontano dalle spiagge del mare, il 12 marzo 1923 e precisamente nel mese in cui doveva entrare il caldo e primaverino sole.
Io ho gli occhi e i capelli castani e li porto tagliati alla bebè, sono snella e di statura regolare, non ho difetti fisici sebbene corro sempre. Tutti mi dicono che sono bella in faccia, ma io guardandomi allo specchio mi sembra di essere brutta e anche bruna. Mi dicono anche che sono intelligente; sono studiosa: infatti so dire sempre le lezioni alla maestra, rado quando non le so dire. E' vero che sono intelligente, ma sono un po' cocciutella, perché non voglio molto lavorare, ma voglio lavorare solo a studiare, ma non è giusto nemmeno, perché Iddio ci ha messo al mondo per lavorare non solo a studiare, ma per fare anche tutti gli altri utili lavori per essere una degna figlia dell'Italia, una Piccola Italiana.
La mia famiglia è composta di 7 persone: il babbo, la mamma, due fratelli, due sorelle, ed io. Il babbo fa il feudatario nel latifondo ed è tanto buono, la mamma bada a fare i servizi di casa; il fratello più grande, di nome Filippo, lavora pure, il suo lavoro è quello di studiare; l'altro di nome Giuseppino è piccolo, e perciò il suo lavoro è il giuoco; la sorellina più piccola di me, di nome Carmelina, lavora studiando, ricamando e un po' giuocando; l'altra più piccola ancora di nome Lillì lavora ricamando e giuocando; anche io lavoro, ed il mio lavoro è quello di studiare delle lezioni che mi assegna la mia cara e buona maestra, in modo da rendere la mia testolina ricca di tante belle e utili cognizioni, ma il mio lavoro è anche un poco giuocare. Io spero di essere promossa, a fare contenti i miei carissimi genitori che hanno fatto tanto spesa per mandarmi a scuola, ed anche la maestra. La mamma mia si chiama Soldano Laura. Conta 35 anni ed è quindi giovanissima. Essa ha gli occhi castani e i capelli neri, è di statura regolare ed è sorella. Essa è buona e intelligente, nacque a Camastra il 4 gennaio 1898. Quanti e quanti servizii fa la mamma mia! Essa mi rattoppa i vestitini che io strappo, me li lava e me li stira con tutta la sua santa pazienza; e quando ritorno dalla scuola mi fa trovare la casa pulita e ordinata. Tutti siamo obbligati a ubbidire la mamma; e chi non le ubbidisce commette un grave peccato, perché significa che non osserva il quarto comandamento della legge di Dio. Come è brutto non avere la mamma! Una casa senza la mamma sembra come un giardino sfiorito ed i figli uccellini sperduti, invece una casa allietata dalla mamma sembra tutto fiorito. La mia casa è esposta al sole di mezzodì, in via Incardona, numero nove, posta in un piccolo cortiletto. La mia casa ha due vani, in una vi è una finestra grandetta, un comò, un tavolo di forma rotonda dove io faccio i compiti ed alcune sedie. Poi vi è una porta che la divide. Nella altra casa vi è un finestrino, alcune sedie, il letto dei miei genitori, un comò e un comodino. Poi vi è una casa alta ove vi è il letto mio, delle mie sorelle, dei miei fratelli e di mia nonna; vi sono ancora due finestrini e un tavolino lungo lungo con tanti libri del mio caro babbo. Io amo la mia casa, essa mi sembra una badia. Il mese di dicembre mi piace molto, perché vi sono tre feste e sono: L'Immacolata, Santa Lucia e Natale. L'Immacolata ricorre lo 8 dicembre, in questo giorno si fa una grande festa. Il simulacro dell'Immacolata, accompagnato dalla popolazione e dalla banda musicale del paese che è composta da 30 bandisti, lo conducono per tutte le vie del paese, ma principalmente dalla Chiesa Madre e lungo il Corso Vittorio Veneto fino al Municipio, tutti illuminati dalle illuminarie, che è come se fosse proprio lei la Madonna invece è una statua che le mandano baci e lanciano fiori bianchi e offerte di danaro che per i più abbienti non pesa nulla perché è di cartamoneta. Gesù la volle fare nascere senza peccato perché doveva essere la madre di Egli. La festa dell’Immacolata Concezione di Maria SS. si celebra l’otto dicembre e in occasione si offre li Muffuletta, che sarebbero panini con dentro semi di anice. S. Lucia era una giovanissima persona, amava tanto il Creatore del Cielo e della terra, intanto il governatore la voleva costringere ad adorare tanti dei e la gettarono in una caldaia di olio caldo e gli hanno tirato gli occhi! Essa era tanto bella ma più bella di lei erano i suoi occhi, che l'aveva neri come l'ebano e lucenti come le stelle. Noi questa santa l'adoriamo molto perché ci fa stare bene gli occhi. Natale ricorre il 25 dicembre. Il 24 dicembre, invece, è la vigilia di Natale, in occasione si prepara il cappone ripieno per l’indomani, e i dolci tipici che si fanno per Natale come per esempio: i biscotti ricci preparati con le mandorle, i cannoli al forno e i cosiddetti Mastazzoli, preparati con: carrubbe, fichi secchi, bucce di arance e mandarini, vino cotto, mandorle e farina. E' una festa di auguri. Natale ricorda quando nasce il Redentore. Nel mese di dicembre vi sono poche frutta, ma sono però gustosi perché sono gli ultimi: e sono le arance, i limoni, le mele, ecc. Vi sono frutta secche e sono: le noci, le carrubbe, le mandorle, i fichi, ecc.
Natale è una festa di augurî, religiosa, bella. A Natale nacque il nostro buon e povero Redentore. Egli ha voluto nascere povero in una piccola e misera mangiatoia per insegnare a noi a non disprezzare i poveri e a non lamentarsi. Egli poteva nascere ricchissimo, in un magnifico palazzo, ma è voluto nascere così per questo. Natale è la festa della pace e dell'amore: Infatti tutte le persone che sono state in lite, in quel giorno fanno la pace e mangiano insieme cibi più squisiti ancora. Nel giorno di Natale quando usciamo sentiamo un dolce profumo. Per la festa di Natale si mangiano cibi di più e più squisiti delle altre feste. Nel giorno di Natale siamo più allegri e giuochiamo molto. Ma mi piace anche la festa del Santo Patrono San Biagio protettore del mal di gola, che era un medico armeno che a causa della sua professione, di fede, venne imprigionato e decapitato dai romani nel 316 dopo Cristo, ma questa festa è un altro mese, che si celebra in settembre.

1900-2010: La Kodak Brownie Box Camera ha compiuto110 anni


Nel 1898 George Eastman, fondatore della Eastman Kodak Company,  convocò  Frank Brownell, suo progettista di apparecchi fotografici, e gli disse: Bisogna fare in modo che più gente, anche i bambini e le giovinette, possa avvicinarsi e appassionarsi alla fotografia così da incrementare la vendita delle mie pellicole. Si ingegni dunque di progettarmi un apparecchio che sia il più semplice e il meno costoso mai realizzato, che sia portatile, piccolo, maneggevole e, soprattutto, affidabile. Brownell si ripresentò con una scatoletta nera in legno ricoperto di cartoncino similpelle di cm. 8X14,5x11 pesante poco più di 400 grammi che la Eastman Kodak mise in vendita nel febbraio del 1900 a soli 2 dollari. George Eastman ne predispose il lancio sul mercato battezzandola Brownie Camera, giocando apparentemente sul vezzeggiativo derivato dal cognome del progettista ma evocando in modo palese i Brownies, protagonisti di una fortunata serie di storie illustrate che, fra la fine dell’ottocento e i primi del novecento raggiunse una tale popolarità nel continente nord americano da divenire un fenomeno commerciale con una ricca varietà di merchandising che contemplava giochi, album per disegni, cartoline, bambolotti e pupazzi, calendari, piatti e scodelle per bambini, e un’infinità di altri oggetti, oltre a due messe in scena teatrali. I Brownies in origine sono folletti benigni della mitologia celtica delle Highland scozzesi alle cui storie, raccontategli dalla nonna, si ispirò l’illustratore canadese Palmer Cox per disegnare le creature della sua straordinaria saga. Eastman adottò  spregiudicatamente questo brand per pubblicizzare il suo nuovo apparecchio fotografico, utilizzando come testimonial i personaggi creati da Cox e, a dispetto della politica aggressiva della propria compagnia a tutela  di  copyrights e brevetti,  a Palmer Cox non venne mai riconosciuto alcun compenso per l’uso commerciale delle sue creazioni. I rivenditori Kodak si convinsero rapidamente sulla bontà del business perché i primi risultati della massiccia campagna pubblicitaria si fecero sentire rapidamente costringendoli a rinnovare frequentemente gli ordini dei nuovi apparecchi che venivano proposti nelle vetrine affiancati da pupazzi alti un metro che riproducevano i Brownie. Il genio commerciale di Eastman seppe creare un mercato che non esisteva prima! Il basso costo e la semplicità d’uso delle Brownies avrebbe comportato un repentino incremento delle vendite delle pellicole e invogliato e indirizzato i consumatori anche all’acquisto di apparecchi Kodak ben più complessi e costosi. Il successo delle sue macchinette popolari  fu straordinariamente duraturo. All’epoca si diceva che i primi diffusori delle Kodak Brownies furono zie e zii felici di avere individuato un regalo di sicuro effetto. Per i successivi 80 anni il nome “Brownie”, che ha denominato ininterrottamente dal primo modello in cartone pressato e legno del 1900 fino alla pocket camera in plastica del 1980 per circa 100 differenti modelli, fu sinonimo di fotografia popolare e numerose generazioni di famosi fotografi devono proprio a queste macchinette la scoperta della propria passione per l’arte della fotografia.

mercoledì 19 gennaio 2011

La gelatiera di Procope

Il mio gelato di zucca gialla
Ingredienti:
300 g di polpa di zucca gialla 
3 rossi d'uovo
75 g di zucchero
80 ml di sciroppo d'acero
300 ml di panna da montare
2 pizzichi di noce moscata
alcune gocce di estratto di vaniglia (altrimenti 1 bustina di vanillina in polvere)
Preparazione:
Tagliate la zucca in tranci grossi e, senza togliere i semi, adagiateli sulla scorza su una placca da forno ricoperta di cartaforno e cuoceteli fino a vederli caramellizzati all’esterno.
Eliminate i semi, la pellicola che si sarà formata sui lati tagliati, la scorza e passate la polpa al setaccio fine.
In una terrina, montate i rossi d'uovo con lo zucchero fino a quando non saranno diventati bianchi e spumosi. Gradualmente aggiungete lo sciroppo d'acero e poi la polpa della zucca amalgamando bene con la frusta e la spatola. Trasferite il composto in una terrina capiente. Nel frattempo montate la panna con la noce moscata e la vanillina. Incorporate la panna nella polpa di zucca con la spatola, delicatamente per non smontarla. Versate il composto nella gelatiera attenendovi alle istruzioni  dell’apparecchio.
Con una gelatiera antica come quella dell’immagine bisogna avere molta pazienza,  immergendo il cestello interno col composto in abbondante ghiaccio tritato amalgamato con sale grosso, smanettando a lungo e con regolarità, ma quando estrarrete il gelato vi sentirete Procopio Coltelli.
In mancanza di gelatiera, versate il composto in uno stampo adatto al freezer riponendolo a congelare per circa 4 ore. Poi estraetelo, frullatelo nel Bimby (o in un normale frullatore) e rimettetelo in freezer fino al momento di servire. Frammentandone la cristallizzazione in questo modo si evita che il gelato diventi un unico blocco di ghiaccio. 
Servire, colando sul gelato qualche goccia di aceto balsamico tradizionale di Modena o uno sciroppo di vostro gradimento: ribes, narsharab (melograno selvatico), di carrube,...

giovedì 13 gennaio 2011

L'Elvira scaldaletti


L'Elvira infilava il prete a letto sotto le coltri del paglione coniugale e poi andava lei a scaldare il letto del prete. Suo marito, dopo che si era bevuto un pistone di torchiatura, rovinava fra le lenzuola di linone, secche e crocchianti per via del pretaletto, che gli portavano in pressione il sangue. Ronfando lui sognava di tini e botti e covoni di grano e fieno grasso per il latte delle vacche, e scoreggiava ogni tanto per temperar l'ambiente, mentre lei scivolava in canonica con le pantofole di feltro a confondere la sua sottana nera a pieghe con quella altrettanto austera di Don Tavella, Baldo di nome e disotto, emendando ogni volta sensi di colpa e pentimenti con il viatico di un egoteabsolvo... 
Perché invecchiando l'Elvira avesse cominciato a raccogliere scaldini da letto di ferro arrugginito, col manico in legno e tre piedi, nessuno l'aveva mai capito tranne Don Baldo e, forse, il marito. Li impilava nella grande cucina, a impolverarsi con la cenere del camino. Usarli non li usava più da un pezzo, il marito oramai sarebbe andato in catalessi anche in un sarcofago di ghiaccio. Le ricordavano quei totem qualcosa che un tempo la teneva ben sveglia, le imporporava le gote, le rubava il respiro, le rallentava i battiti del cuore e glieli accelerava e le chiudeva le palpebre per rovesciarle gli occhi su pianeti colorati e nuvole rosate e lampi di luce e bui improvvisi e caldi profondi che odoravano d'incenso...